L'intervento di Roberta Belli, ricercatrice di Bva Doxa intervenuta alla presentazione della ricerca sul contrasto al Gap.
Scritto da Ca
Belli (Bva Doxa): 'Gli errori del regolatore e lo storytelling errato sul gioco'
“Un confronto importante e approfondito con 24 stakeholder del settore del gioco tra aziende, esperti, Asl e tutta la filiera. Ci hanno dato una panoramica molto importante per comprendere il sentiment dell’opinione pubblica filtrata dagli operatori”. È l’analisi di Roberta Belli, nell’ambito della ricerca “Il contrasto ai rischi derivanti dai disturbi da gioco d’azzardo” condotta da Bva Doxa, presentata oggi, 24 marzo, a Roma.
Un’analisi davvero approfondita quella della Belli e che parte dal ruolo del gioco pubblico “che ha un compito estremamente importante nella nostra società. Un comparto normato e sicuro secondo il giocatore e baluardo contro l’illegalità. È un vantaggio anche per l’emersione ma anche per il tessuto imprenditoriale che crea. Tra diretto e indotto crea tantissimo lavoro. Ci sono, però, molte distorsioni una narrazione sbagliata in tema di opinione pubblica. Spesso è mancata la valorizzazione del gioco pubblico rispetto a quello illegale e, in questo, anche il ruolo dei concessionari ha perso valore. È mancata una regolamentazione iniziale della quantità di offerta che ha coinciso con un momento sociale critico per il Paese”.
Qual è la visione del player? “Il Gap è un disturbo esistente ma attorno al giocatore patologico lo storytelling non è corretto – prosegue la Belli – si appiattisce sulla rappresentazione del player problematico e l’ampiezza del fenomeno viene sovradimensionata. Anche l’offerta di gioco è vista come causa diretta delle derive patologiche della relazione con il gioco. E chi decide di strumentalizzare il gioco lo trasforma come un nemico tout court e da combattere”.
L’impianto normativo percorre vie sbagliate perché si fonda su una fotografia non corretta dei players: “Sull’impulso normativo si impone una ‘de-giochizzazione’ più che concentrarsi su misure realmente efficaci. Ma l’analisi lascia emergere una prevenzione verso tutti attraverso l’inibizione spaziale, temporale e sensoriale della possibilità di giocare. Un’azione preventiva appiattita indiscriminatamente verso tutti. Questo spinge il giocatore patologico che rischia di intraprendere percorsi di gioco più rischiosi e più difficilmente monitorabili. Infine indebolisce e ostacola il presidio del gioco legale concedendo un vantaggio competitivo all’offerta di gioco illegale. Anche nella modalità di messa a terra si ravvede una frammentarietà e disorganicità a causa di una capacità legiferativa da parte degli enti locali che si sovrappone in modo spesso discrezionale alla cornice normativa nazionale – prosegue Roberta Belli – le azioni hanno un criterio di inibizione dal sapore più topografico e tecnico che sociale. Poco hanno a che fare con una conoscenza del territorio. Leggi per correre ai riparti più che per regolare correttamente”.
Il distanziometro genera un diffuso scetticismo: “Di fatto scoraggia il giocatore sociale attuando una prevenzione su chi non ne ha bisogno ma spinge il giocatore problematico verso canali più rischiosi – analizza Belli – i luoghi sensibili indeboliscono il presidio del gioco legale nel tessuto urbano del territorio lasciando libero all’offerta illegale. Il distanziamento è una misura espulsiva che rende impossibile la ricollocazione dei punti gioco. Il rischio, infatti, è creare pericolosi ghetti di gioco lontani dalla possibilità di monitorare e che rendono i players più invisibili. Questo non elimina la propensione al gioco, anzi. Dove non c’è la legalità l’illegalità trova vantaggio, gli stakeholders sono convinti al 100 percento di questo. E le proposte per tentare l’aggancio dei players da parte di forme facili di illegalità sono molto rapidi ed efficaci”.
Ci sono anche molti rischi sul piano occupazionale per la natura espulsiva e la retroattività dei distanziometri ma anche la ridefinizione degli orari di apertura, del lavoro e delle retribuzioni. “Secondo gli stakeholders il mondo del lavoro non è stato tutelato abbastanza”.
Il divieto di pubblicità e di sponsorizzazione sportiva invece? “Beh, questo incide negativamente sugli investimenti ma non evita che il giocatore venga esposto a forme di comunicazione provenienti da altri Paesi. Oltre a non consentire la distinzione tra operatori legali quelli illegali”.
Come se ne esce? “La necessità è quella di ridefinire lo storytelling che c’è nel comparto. Gli operatori vengono definiti come rapaci che traggono vantaggio dalle derive patologiche dei players oltre ad essere lavoratori di Serie B. Questo dipende dalla demonizzazione generalizzata del comparto”.
Il riordino a molti sembra un’autentica chimera: “Sì, e anche un traguardo che non viene ancora affrontato in maniera incisiva. Tuttavia – conclude Belli – la centralizzazione dell’impulso normativa è fondamentale. Ma è fondamentale ridefinire lo storytelling e servono anche maggiori poteri nell’azione di contrasto. L’obiettivo deve essere anche la formazione sui futuri giocatori e su quelli attuali. Bisogna informare anche sulla bontà per la collettività del gettito proveniente dal gioco. Il tutto va ricollocato attraverso i canali istituzionali”.