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Tutti i giochi del governo e l'azzardo della manovra

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Alla fine, la manovra è compiuta: con un testo che, a differenza dei programmi politici e del contratto di governo, mette nuovamente al centro il mercato dei giochi.

C'era una volta il governo del cambiamento. Insieme a quello che voleva “liberare gli italiani dal gioco d'azzardo”. Altri tempi, evidentemente. Almeno, così pare leggendo la Manovra di bilancio per il 2019, nella sua formulazione definitiva, altamente criticata e decisamente tardiva. Sono passati soltanto nove mesi dall'insediamento del governo gialloverde, che prometteva una forte discontinuità rispetto al passato e una particolare attenzione verso i giovani e il futuro, insieme alla totale scomparsa del gioco pubblico. Salvo poi ritrovarci con una legge di bilancio che oltre a compromettere il futuro di quegli stessi giovani e del paese più in generale – portando l'Iva, per i prossimi anni, a livelli inverosimili – nulla cambia rispetto al passato.

Adottando gli stessi strumenti, ma in modo addirittura più spinto e spregiudicato in confronti ai predecessori: come quello dell'aumento dell'Iva, appunto, per ottenere il via libera di Bruxelles (ma a caro prezzo), o come il ricorso alla leva fiscale e alla “spremitura” del comparto giochi nel disperato tentativo di racimolare qualche miliardo in più, per provare a far quadrare i conti. O comunque, per promettere di farlo. Eppure quegli stessi obiettivi sbandierati a gran voce dai leader di Lega e 5 Stelle sono stati ripetuti più e più volte – e fino all'ossesso, a dire il vero – fino a qualche tempo fa. Soprattutto dopo l'estate, in seguito all'adozione del decreto Dignità, che tra i primi obiettivi si proponeva proprio quello di contrastare e limitare la diffusione del gioco d'azzardo per disincentivarne la pratica tra gli italiani. Per poi ritrovarci, appena qualche settimana dopo, con l'Esecutivo che istituiva una lotteria aggiuntiva, cioè quella dei corrispettivi, annunciata per il 2020, e poi addirittura una seconda e ulteriore “riffa di Stato”, introducendo quella filantropica. Alla faccia del cambiamento: politico e di abitudini. Ma tant'è. E anche qui, ci sarà sempre chi potrà provare ad argomentare queste nuove misure spiegando che la lotteria degli scontrini servirà più che altro a contrastare l'evasione fiscale: e che i due concorsi di gioco, in generale, sono comunque diversi dagli altri “giochi di azzardo”, perché caratterizzati da una minore componente di “addiction”. In ogni caso, tutto questo è sempre e comunque assai distante dalla “liberazione” dei cittadini dalla pratica del gioco. 
Ma il vero e proprio “capolavoro” politico si ha in questi giorni, con la stesura della manovra di bilancio, dicevamo: che dopo aver fin da subito stabilito un nuovo e ulteriore aumento del prelievo sugli apparecchi (in perfetta continuità con i precedenti governi), inizialmente previsto dello 0,5 percento, è finita con l'introdurre un aumento della tassazione su tutti i giochi, terrestri e online. In un continuo ritocco delle aliquote, tra un testo e l'altro, ma sempre al di fuori di qualunque processo democratico. Evitando non solo il confronto con la filiera, ma anche quello con le altre forze politiche e l'opposizione. Peggio ancora: senza alcuna progettualità. Senza preoccuparsi, cioè, di verificare l'effettiva sostenibilità delle misure previste sui giochi e la compatibilità con gli altri vincoli normativi e con le stesse misure già introdotte dallo stesso Esecutivo. Nel testo definitivo della legge di bilancio si parla di una riduzione del payout per far fronte (per quanto possibile) all'aumento del Preu: per un altro dejà-vu agli occhi degli operatori del gioco, che sono già passati per misure analoghe, con la percentuale di vincite già ridotta dal 75 al 74 percento, negli anni precedenti, e poi dal 74 al 70, sempre per bilanciare altri aumenti del prelievo. Solo che stavolta il governo aveva già previsto una sostituzione obbligatoria degli apparecchi ma a partire dal 2020, con l'entrata in vigore obbligatoria del lettore di tessera sanitaria e altri strumenti, resi obbligatori dal decreto Dignità.
Così, mentre la legge più importante dello Stato si prepara ad entrare in vigore con gli ultimi passaggi parlamentari (ma senza possibilità di discussione, come impone il voto di fiducia, a proposito di cattive abitudini e di continuità col passato), l'unica certezza per gli addetti ai lavori del comparto è che dovranno lavorare sodo, già in questi giorni e pure durante le festività natalizie, se vorranno riuscire a introdurre al più presto le nuove macchine a payout ridotto. Per far fronte a quel forte e ulteriore aumento dell'imposizione che sarà attivo in ogni caso già dal primo gennaio, su qualunque tipologia di gioco in circolazione. 
Ma al di là delle dinamiche operative e più interne al mercato, anche guardando la situazione dall'esterno il quadro appare comunque tutt'altro che chiaro e definito. E coerente, nondimeno. Senza metterci qui a discutere della volontà espressa dal governo di tutelare la salute dei cittadini - salvo poi concedere un vero e proprio regalo di Natale ai produttori di birra, che si vedono diminuire le accise - fermandoci soltanto all'unica declinazione perseguita, cioè quella di contrastare la diffusione del gioco d'azzardo, da sempre annunciata dall'Esecutivo: anche qui si evidenzia un totale dietro-front, visto che per convincere l'Europa ci siamo impegnati praticamente a far crescere le giocate. O comunque, a mantenerle costanti, lasciando inalterati i livelli di raccolta che sono stati usati come base di calcolo per la determinazione delle nuove e future entrate erariali. Ma oltre ad essere un paradosso politico, risulta anche un assurdo dal punto di vista pratico, tenendo conto delle criticità introdotte proprio in questi mesi dal governo che rendono impraticabili certe soluzioni. Oltre al sovrapporsi di norme e scadenze sul mercato degli apparecchi da intrattenimento poc'anzi citate, anche per il settore del gioco online e per gli altri segmenti in generale, bisognerebbe fare i conti con il divieto totale di pubblicità introdotto dal decreto dignità, per il quale si era già stimato un crollo della raccolta. Al punto che il governo si era visto costretto a introdurre, anche qui, delle clausole di salvaguardia per far fronte alla diminuzione delle entrate (incrementando, peraltro, sempre il Preu delle slot). Non si capisce quindi come possa ora l'Esecutivo prevedere nuove entrate dal comparto: e con esso, i tecnici del Bilancio, che nella relazione alla manovra stimano maggiori entrate dall'online grazie al trend di crescita registrato fino ad oggi dal mercato e al prossimo ingresso sul mercato di altri 35 operatori, in seguito alla gara già effettuata per il rinnovo delle concessioni. Quando tutti sanno che il segmento dell'online sarà quello più compromesso dal divieto di pubblicità e che alcuni dei nuovi licenziatari hanno già manifestato la volontà di rinunciare alla concessione appena acquisita vista l'impossibilità di proporsi sul mercato. Senza contare, poi, che l'intero segmento del gioco “fisico” deve continuare a fare i conti con i disagi dovuti alla Questione Territoriale che continua a limitare le attività sul territorio, senza che nessuno se ne curi. Governo in primis, visto che in questa sfilza di interventi sui giochi degli ultimi mesi, l'unica mossa che non è stata ancora compiuta è quella più attesa: ovvero l'emanazione della promessa Riforma del comparto, già annunciata e prevista dallo stesso decreto Dignità.
Insomma, siamo di fronte a una manovra che, al di là delle criticità e dei limiti di carattere generale di cui si occupano già gli altri giornali, anche sul fronte dei giochi appare maldestra, pericolosa e sicuramente incoerente, sotto ogni profilo. Evidenziando una mancanza di competenze e di visione della nuova classe dirigente, impreparata ad affrontare i temi di politica economica e di sviluppo. O in una sola parola: di futuro. Oppure, più semplicemente, si tratta soltanto di una mancanza di linea politica e di strategia, che causa un salto quotidiano di palo in frasca: dal contrastare un settore al favorirne un altro, in base a chissà quale tornaconto: politico, elettorale o addirittura lobbystico. E francamente, non sapremmo cosa scegliere. Meglio dunque affidarsi alla speranza. Nell'auspicio di essere smentiti dai fatti. Magari il meglio deve ancora accadere. Del resto è Natale ed è lecito sognare.
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