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Quella Porta aperta al gioco pubblico

  • Scritto da Alessio Crisantemi

 

Tra prese di coscienza e propaganda, politica e istituzioni sembrano finalmente avere chiari i reali problemi legati alla gestione del gioco pubblico: ora non resta che affrontarli.

Il problema del gioco potrebbe essere risolto facilmente - e una volta per tutte - se lo Stato facesse lo Stato. E' la riflessione, Sic et simpliciter, offerta dal senatore leghista Massimo Garavaglia, già vice ministro all'economia nel precedente governo gialloverde, in occasione della tavola rotonda politica sul gioco promossa dall'associazione Acadi in occasione della presentazione del proprio rapporto sul gioco pubblico. Una considerazione piuttosto semplice (ma non banale), in grado di riassumere in poche parole la situazione che vede da troppi anni l'industria piegata da provvedimenti restrittivi e spesso assurdi, comunque al limite della sostenibilità, dovuti a un conflitto ormai permanente tra pezzi dello Stato in perenne contrasto tra loro. Al punto da rendere necessario, ormai diversi anni fa, avviare un percorso di mediazione attraverso la Conferenza unificata, dal quale si è era sì usciti con un accordo scritto, salvo poi non attuarlo. Anche se, ci dicono oggi tribunali e ministeri, i punti descritti da quell'accordo sono da ritenersi validi e, quindi, attuabili. Proponendo un cambiamento di scenario per alcuni versi paradossale, ma comunque necessario. E, forse, inevitabile.

Anche se alcune regioni (Piemonte ed Emilia in testa) rimangono comunque imbrigliate nelle maglie delle proprie leggi locali, con effetti proibizionisti e conseguenze probabilmente catastrofiche in termini di ordine pubblico e sicurezza, di cui nessuno però sembra volersi davvero occupare: anche se l'occupazione nel comparto del gioco e del suo indotto sembra essere maggiore rispetto a quella della plastica, nessuno sembra degnarsi di difendere quei posti di lavoro che vengono comunque messi a rischio e in maniera ancora più certo rispetto a quelli che potrebbero essere toccati dall'introduzione della cosiddetta “plastic tax”. Sì, perché nel gioco non c'è soltanto l'aumento della tassazione contenuto nell'approvanda manovra a compromettere l'esistenza delle imprese del gioco a livello nazionale: per le aziende dell'Emilia-Romagna, infatti, c'è ancor prima la legge di carattere locale che restringe fortemente le attività di gioco a rischiare di far scomparire un pezzo di filiera. E in questo caso, a differenza della plastic tax che viene subita dalla stessa Regione, il ruolo attivo e nefasto per il settore è proprio opera dell'amministrazione locale. E figuriamoci se qualcuno si prenderà mai la briga di cambiare una legge proposta “a tutela delle famiglie” proprio in periodo di piena campagna elettorale. Anche se questa presa di posizione potrebbe costare cara in termini elettorali, tenendo conto della vastità dell'indotto: per un totale paradosso politico oggi sempre più frequente, ma comunque reiterato. Con insistenza, pure. E' accaduto in Piemonte, dove l'amministrazione uscente ha pagato a caro prezzo la battaglia condotta contro il settore e prima ancora in Liguria. E lo stesso può accadere ora in altri territori.
Peccato però che non sia l'unico paradosso politico che viene offerto in materia di gioco pubblico. Basta ascoltare le parole espresse da rappresentanti di governo e parlamento per capire. Com'è parso evidente, di nuovo, dall'incontro di Acadi dei giorni scorsi, dove tutti, tra maggioranza e opposizione, sembravano concordi sulla necessità di cambiare l'approccio generale nei confronti di tale industria e di promuovere un riordino generale del comparto al fine di mettere in sicurezza il sistema e dare una piena e definitiva sostenibilità. Parole sante, verrebbe da dire. Anche se destinate a rimanere soltanto parole, ci insegna l'esperienza. Come sembra evidente ascoltando l'altro dibattito in corso ormai da mesi attorno al tema del gioco e della sua regolamentazione, avviato in parlamento in occasione dell'iter di conversione in legge della manovra economica per il 2020. Anche qui, al netto di qualche slancio filo-proibizionista, si inizia a palesare sempre più la necessità di una riforma generale di riordino del settore, al fine di dare una sostenibilità al mercato: anche se, mentre di promettono riforme, si operano rincari. Con le parole che valgono per le riforme e i fatti che riguardano la tassazione. Ma è pur sempre qualcosa, si dirà, rispetto agli anni precedenti in cui in parlamento si potevano soltanto raccogliere strali nei confronti di questo settore. A conferma del fatto che qualcosa sta cambiando davvero. Forse anche a causa del raggiungimento di un punto di non ritorno, che impone alla politica un cambiamento di approccio senza il quale neppure l'aumento delle aliquote potrà più garantire il gettito previsto, a causa delle ricadute sul comparto. Ad accorgersi delle assurdità legate alle dinamiche politiche che ruotano attorno a questo settore sono anche (finalmente) alcuni giornalisti e media: come Bruno Vespa, che ha mostrato chiaramente il proprio sgomento nell'apprendere talune dinamiche fino a ieri perlopiù sconosciute. Promettendo di aprire una Porta (a porta) del suo salotto, prendendo atto della percezione del tutto distorta che ha l'opinione pubblica di questo comparto e della realtà del gioco più in generale. Altro che sugar o plastic tax. Qui si tratta di dieci aumenti di tassazione durante l'esercizio di nove anni di concessione: chissà cosa sarebbe accaduto se lo stesso metodo fosse stato adottato nei confronti di altri settori. Per questo, ben venga l'apertura, se davvero verrà confermata.
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