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Un piano Marshall per ripartire (anche nel gioco)

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Mentre l'emergenza si fa più dura, è il momento di pensare al dopo: il governo è chiamato a gestire una ripresa che dovrà essere guidata dalle riforma. Anche nel gioco.

Dopo un'interminabile settimana di clausura, scandita dal ritmo crescente di decessi e contagi, l'emergenza italiana da coronavirus entra nella quinta settimana con l'annuncio di ulteriori provvedimenti restrittivi: sarà la prima, dunque, con la maggior parte delle aziende ferme (tranne le attività ritenute essenziali) per effetto dell’ennesimo decreto del presidente del consiglio, annunciato sabato notte via Facebook (!) e firmato domenica 22.

Ma sarà anche la prima settimana in cui l'emergenza da coronavirus diventa veramente una questione europea, dopo che i principali paesi dell'Unione hanno preso tutti contromisure più o meno drastiche, anche se, al contrario dell’Italia, sono indietro come diffusione del virus e numeri di contagiati. In questi stessi giorni, tuttavia, arriveranno anche i primi dati di marzo relativi all’attività manifatturiera e ai servizi delle grandi economie, che naturalmente risentono degli effetti del coronavirus. Sarà quindi la prima vera stima dei danni, dalla quale si potrà anche capire quanto le cose potranno ancora peggiorare, tenendo conto che le restrizioni maggiori arrivano proprio adesso. Con un'Italia ormai completamente ferma, e il resto d'Europa che inizia a rallentare. Mentre dall'altra parte dell'Oceano, Donald Trump promette 4mila miliardi di liquidità per aiutare le aziende ad affrontare i prossimi tre mesi.

In questo scenario a dir poco surreale, da più parti definito “di guerra”, i lavori del parlamento italiano – anche questi ridotti al minimo e in modalità anche piuttosto confusa - questa settimana ruotano quasi esclusivamente attorno al decreto legge “Cura Italia”.
Ma è proprio il parallelismo con la guerra che occorre evidenziare. Anche se il nemico, in questo caso, appare intangibile e non ancora ben definito, il numero delle vittime è purtroppo reale e in continua escalation, a livello globale. Mentre tutto intorno crollano le economie nazionali. Proprio come accade nei peggiori conflitti armati e come già accaduto, ormai ottant'anni fa, con la seconda guerra mondiale: anche questa, come l'epidemia di oggi, di portata globale.
Ecco quindi che per uscire da questa situazione di crisi, bisognerà necessariamente adottare soluzioni analoghe a quelle utilizzate nel periodo post-bellico. Almeno nella portata. In questo senso, dunque, servirà una sorta di “piano Marshall” per far ripartire l'economia, sopratuttto in quei paesi, come il nostro, in cui la serrata è stata più stringente e probabilmente anche più lunga rispetto agli altri. Avendo già superato la situazione cinese e senza avere a disposizione le risorse sulle quali può contare il governo di Pechino. Anzi. A dire il vero, l'Italia era un paese già in crisi più che significativa ben prima dell'esplosione dell'epidemia, con il Covid-19 che ha praticamente raso al suolo un'economia già delineata da fin troppe macerie. Per questo, dicevamo, servirà un aiuto concreto, serio e deciso che sia in grado di rimettere in moto il paese e ridare liquidità alle imprese nel più breve tempo possibile. Anche se gli equilibri, stavolta, appaiono diversi rispetto a quelli di allora e a finanziarie la ricostruzione non sarà più l'America, ma l'Europa. Magari con il supporto di qualche aiuto esterno di quelle superpotenze che stanno già intervenendo oggi con aiuti dal punto di vista medico e sanitario, alle quali probabilmente verranno spalancate le porte della Penisola. Come sempre accade in questi casi e come forse sta già avvenendo. Ma questa è un'altra storia.
Quello che più interessa gli italiani - imprenditori, lavoratori dipendenti o indigenti - è più che altro la gestione interna della politica e le decisioni di carattere economico che potranno essere adottate nei prossimi mesi. Misure che avranno un carattere inevitabilmente emergenziale ma che dovranno essere accompagnate da una serie di riforme senza le quali non sarà possibile ricostruire la nostra economia. Magari anche risollevandola, più che riportarla allo stato di prima del virus, che era già fortemente critico e al limite della sopravvivenza.
Tra i settori più colpiti dalla situazione di emergenza dovuta all'epidemia c'è anche il comparto del gioco pubblico: il primo ad essere interrotto dal governo e quello che più di tutti si trovava in stato di crisi già prima del Covid-19. Dopo la serrata di tutti i locali di gioco disposta il 12 di marzo e le successive restrizioni, per il settore si preannunciano mesi difficili, anche se l'Italia dovesse ripartire a breve. Non soltanto perché la crisi generale metterà a disposizione di tutti gli italiani una liquidità inferiore che probabilmente in molti eviterano di destinare all'intrattenimento o alla sfida con la sorte. Ma anche perché a mancare nella Penisola saranno le centinaia di migliai di turisti che rappresentano clienti dei locali pubblici di tutto il paese e una delle principali fonti di reddito della nostra economia. Con il rischio che fino al 2021 inoltrato non si avranno visitatori provenienti da altri paesi, se non per questioni strettamente lavorative.
Uno scenario, anche questo, di cui il governo dovrà rendersi conto, ragionando fin da subito su una strategia da adottare per rimettere in sesto – e non solo in moto – il comparto. Andando a eliminare le zavorre e le varie criticità che ne avevano causato la crisi già prima di questa emergenza e provando a riorganizzare il settore con l'obiettivo di generare nuove entrate o garantirsi, quanto meno, qualcosa di simile a quello che riusciva a incamerare prima dai giochi. Ma anche – e soprattutto – per evitare la perdita di quesi circa 150mila posti di lavoro, che sarebbe devastante in un momento come quello attuale. Evitando, tuttavia, di commettere quegli errori già compiuti in passato, nell'affrontare altre crisi, quando i giochi sono stati utilizzati come leva economica, ma in maniera spregiudicata, speculativa e, forse, non ragionata. Dando luogo a maggiori entrate, ma creando al tempo stesso distorsioni e squilibri di mercato di cui si pagano ancora oggi le conseguenze. Il referimento è al terremoto dell'Abruzzo del 2009, che portò il governo di allora a legiferare in maniera straordinaria chiedendo contributi altissimi al comparto del gioco pubblico (un miliardo e mezzo “in bianco”, a qualunque costo), attivando nuovi prodotti e nuove filiere. Arrivando al mercato ultra-inflazionato di oggi e all'esplosione, da lì a breve, della famigerata Questione territoriale di cui gli addetti ai lavori pagano ancora oggi le conseguenze. Insieme allo stesso Stato, tenendo conto delle gare che continuano a slittare da ormai quattro anni proprio a causa delle problematiche sul territorio. Proprio per questo, adesso, occorre ripartire dalle riforme, senza le quali – stavolta – non si potrà gestire alcuna emergenza, accumulando soltanto altre macerie.
Tra i primi problemi da affrontare, dunque, c'è proprio quello del territorio, con la situazione di emergenza che oltre ad offrire gli strumenti legislativi opportuni per intervenire, offre anche quell'alibi politico che sembrava mancare fino ad oggi alle varie componenti di maggioranza degli ultimi governi che si sono trovati ad affrontare il tema del gioco. Ma sarà anche l'occasione per risolvere le altre anomalie operative che consdiziona(va)no l'operatività del comparto: dal divieto di pubblicità dei giochi che ha stravolto il mercato, introducendo distorsioni di cui ha potuto beneficiare soltanto il mercato illecito, all'introduzione della tessera sanitaria adottata dal 2020 nelle videolotterie, che ha visto crollare la raccolta senza dare alcun beneficio in termini di tutela dei minori o di sicurezza generale, tenendo soltanto lontani i giocatori sprovvisti di documenti italiani. Magari, anche qui, in favore di altri canali illeciti o border line.
Per ripartire, dunque, c'è bisogno di riforme, di politiche economiche, quindi di studi e di competenze. C'è bisogno, dunque, dello Stato. Quello che il premier Giuseppe Conte, nel suo ultimo discorso alla nazione, ha garantito essere presente e vicino alla popolazione. Sia pure in diretta Facebook. Stravolgendo, anche qui, la normale prassi istituzionale. Con la speranza generale che alle parole seguano i fatti e che alle dirette social facciano seguito dibattiti veri e, soprattutto, confronti, anche con l'industria. Ricostruendo il paese non soltanto dal punto di vista economico e finanziario, ma anche dal punto di vista sociale, industriale, strutturale.
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