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Serietà e responsabilità, l'esempio del gioco pubblico nella pandemia

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Mentre il Governo propone una nuova blindatura del Paese, preoccupano contagi ed economia: serve un approccio responsabile e il gioco, una volta tanto, è un esempio.

Tutto il mondo è in subbuglio per il dilagare della pandemia che nonostante i sacrifici e gli sforzi compiuti da governi e cittadini (chi più e chi meno) continua a diffondersi in gran parte dei paesi, dell'Occidente e non solo. La paura del Covid sta condizionando sempre più anche grandi nazioni e potenze economiche come Germania, Francia e Regno Unito – oltre agli Stati Uniti – con il governo britannico che ricorre addirittura a un vero lockdown che potrebbe includere anche divieti di spostamento tra diverse aree del paese. Proprio come avvenuto nei mesi scorsi in Italia, con tutte le conseguenze del caso. Nessuno è escluso, quindi, di fronte a questa emergenza globale: anzi, ogni giorno sembrano essere tutti un po' più coinvolti di prima, anche se il male comune non può esser gaudio per alcuno (e sarà bene che ne tengano conto in Europa, nelle discussioni – sempre più accese – che accompagnano il piano di Recovery Fund). 

Anche in Italia la situazione è tutt'altro che rosea, con la settimana corrente che sarà caratterizzata da una nuova e ulteriore stretta dettata dall'esecutivo, attraverso il nuovo decreto del presidente del consiglio che ci riporta indietro di mesi con tutta una serie di limitazioni alla nostra vita di relazione sia essa lavorativa o personale. Con l’aumento – decisamente preoccupante - dei contagi da Covid-19 nell’ultima settimana che ha messo fine alla speranza che l’Italia potesse avere un andamento diverso dagli paesi europei. Dopo tutto quello che abbiamo già vissuto molto prima degli altri. Invece, il virus è ancora con noi. La curva dei contagi è tornata a salire, e si parla ora di nuove regole, dalla vita notturna allo smartworking, che rimarranno in vigore per almeno altri trenta giorni. Per un autunno di penitenza, dopo una primavera di clausura: provocato, però, da un'estate rivolta alla “leggerezza” (si fa per dire), o comunque vissuta in maniera eccessivamente spensierata – com'è oggi evidente – rispetto alla realtà della pandemia e ai rischi ad essa legati. Con il rischio di vedere vanificati gran parte degli sforzi compiuti fino ad oggi dall'intera cittadinanza. O, almeno, da tutti quelli che hanno affrontato con estrema diligenza e responsabilità tutte le regole stabilite dallo Stato, in tutte le sue declinazioni. Sì, perché se c'è una cosa che balza agli occhi fin dal primo momento in cui il paese ha iniziato a misurarsi con questa maledetta pandemia, è la differenza di comportamento con cui viene vissuta (o, meglio, subita) dall'intera popolazione. Per un paese che anche sotto questi aspetti dimostra di viaggiare a diverse velocità. E' evidente dalle manifestazioni dei “negazionisti” che controbilanciano i tanti comportamenti responsabili di un altro pezzo della cittadinanza. Ma è altrettanto palese anche dall'efficacia e puntualità con cui le varie misure e restrizioni anti-covid vengono seguite e applicate nei vari ambienti, sia pubblici che privati. A volte pure andando ad alimentare la confusione, già di per sé ingenerata dalle differenze vigenti di regione in regione, in base alla parziale autonomia concessa dal governo ai governatori nell'intervenire con le misure di contenimento del virus. Se le regole, almeno in piccola parte, variano da una regione all'altra, accade anche che nelle stesse città, le precauzioni che vengono prese in un ufficio pubblico o in un negozio, non vengono adottate da quello accanto.

Nel solito e irreprensibile malcostume italiano, caratterizzato da una certa insofferenza alle regole tipica del nostro vivere comune. Ma è pur vero, del resto, anche il contrario: cioè l'eccesso di rigore o di rigidità che troppo spesso accompagna certe decisioni del legislatore, che è solito passare dal lassismo all'iper-regolamentazione, nell'odiosa abitudine di affrontare i problemi quando diventano emergenza, invece di prevenirli, magari attraverso delle riforme.
Ciò che serve al paese, quindi, in questa fase così oltremodo delicata, è una buona dose di serietà e responsabilità. Da parte di tutti. A partire dal legislatore. Evitando di ricorrere al quel vizio tipicamente italiano di pensare che aumentando a sproposito l’entità della pena o della sanzione si risolvano i problemi. Dimenticando, invece, quanto sia importante la prevenzione e la capacità di individuare e sanzionare sempre i reati (e non solo nei casi eclatanti). 
Lo sanno bene gli addetti ai lavori del gioco pubblico: un comparto, questo, da sempre vittima di misure straordinariamente rigide e spesso eccessive, sia da un punto di vista economico che regolamentare, pur continuando a evitare di introdurre e attuare politiche di prevenzione, pensando per esempio al tema delle dipendenze. Che i governi hanno sempre pensato (o voluto far credere) di poter contrastare attraverso l'adozione di restrizioni o aumenti della tassazione, quasi mai accompagnati da campagne serie di informazione, formazione o educazione al consumo. Anche durante i mesi più bui della pandemia, caratterizzati dal lockdown, il gioco è stato il settore maggiormente colpito dalle restrizioni di governo ed enti locali, con il rischio che lo stesso trattamento gli sia riservato anche in questa occasione. Eppure il comparto del gioco pubblico (il quale, a sua volta, non è certo sollevato da colpe o carenze, a livello generale), di fronte all'emergenza sanitaria, ha dimostrato una straordinaria capacità di adattamento e una gestione ottimale della pandemia, riuscendo ad applicare in maniera seria, adeguata e altamente responsabile tutte le prescrizioni disposte dal governo e dalle regioni, spesso anche in maniera più rigida del richiesto e maggiore rispetto ad altre attività economiche e commerciali. Garantendo ai consumatori degli ambienti accoglienti e sicuri dove potersi intrattenere, in un momento in cui lo svago – lo sappiamo bene tutti – è diventato più necessario che mai. Non è un caso, infatti, che non abbiamo ancora mai sentito parlare di focolai individuati all'interno di locali di gioco né tanto meno si è mai avuta notizia di locali di gioco che sfuggono alle regole anti-covid. Una volta tanto, quindi, il settore del gioco dovrebbe essere preso a modello dal resto del paese, rendendo onore al merito dei suoi addetti. Se solo si potessero raccontare e interpretare i fatti che caratterizzano la quotidianità del nostro paese per quello che sono, senza stravolgimenti di sorta o immancabili strumentalizzazioni.
È evidente che oggi viviamo ancora in un’emergenza per affrontare la quale servono regole chiare e facili da seguire, oltre ai controlli delle autorità. Ma è soprattutto necessaria una forte responsabilità individuale: da coltivare ogni giorno e in ogni situazione affinché il contagio si diffonda in misura minore e le nostre attività economiche e sociali, pur limitate, vadano avanti. Questa responsabilità va esercitata non solo a scuola, in ufficio o sul posto di lavoro, ma ci deve accompagnare durante tutta la giornata nelle strade, fuori dai bar, nelle feste serali, nelle passeggiate con gli amici o nei locali di gioco, appunto. Se tutti ci metteranno del loro, allora potremo finalmente uscire da questo infermo del coronavirus. Seguendo anche l'esempio degli operatori del gioco per i quali – diciamolo pure – il rispetto di tutte le regole e l'adeguamento dei locali ha comportato dei costi ulteriori e tutt'altro che banali, in un momento di forte contrazione dei ricavi e di incassi azzerati per mesi a causa del lockdown che è durato molto di più rispetto agli altri locali. Eppure, nessuno ha risparmiato in sicurezza né abdicato di fronte alle proprie responsabilità. La sicurezza non è un gioco d'azzardo: ma neppure la politica. Per questo, ora più che mai, serve tanta concretezza. In Italia e in Europa, dove si attendono, anche qui, sviluppi concreti e all'insegna della responsabilità.
 
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