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Gioco e Regioni: il legislatore perde il pelo, ma non il vizio

  • Scritto da Ac

Gli ultimi giorni del gioco pubblico sono stati caratterizzati da buone e cattive notizie provenienti dalle Regioni: dal revirement del Lazio al rilancio di Trento, con i soliti problemi.

Ci risiamo. Neanche il tempo di tirare un respiro di sollievo, per l'industria del gioco pubblico, che si è subito dovuti tornare con i piedi per terra, affrontando una nuova (e, forse, incomprensibile) levata di scudi, da parte di un'amministrazione regionale. Dopo le buone notizie (per imprese, lavoratori e per lo Stato) provenienti dalla Regione Lazio, che dopo un confronto che si è protratto per mesi e quasi in extremis, ha deciso di sospendere gli effetti della scellerata legge locale del 2013, che proponeva la scomparsa del gioco legale dal territorio regionale, è arrivata poche ore dopo un'autentica doccia fredda dal Nord Italia e più precisamente da Trento. Dove in modo diametralmente opposto la politica (locale) ha deciso di rendere intoccabile la legge che mette al bando l'offerta di gioco di Stato dal territorio. Chiudendo ogni possibile spiraglio di trattativa e invitando un'applicazione stringente delle misure previste dal legislatore locale. Segno evidente che la Questione territoriale, che affligge il comparto del gioco pubblico da quasi quindici anni e angoscia le imprese e i lavoratori, è tutt'altro che archiviata o superata. Anzi. È più viva che mai, e non soltanto a Trento, ma anche negli altri territori che continuano ad adottare un atteggiamento ostile nei confronti del comparto. Come l'Emilia-Romagna, ma non solo.

Sì, perché a ben guardare anche i risultati “positivi” conseguiti dall'industria in questi giorni, che è riuscita una volta tanto a dimostrare l'importanza del mantenimento di un'offerta di gioco legale non tanto e non solo per le casse delle imprese e quelle dell'Erario, ma proprio in tutela dei valori costituzionali, si può vedere chiaramente il clima di totale diffidenza nel quale operano le imprese del gioco. Anche al di là dei territori più marcatamente proibizionisti. Nello stesso Lazio, in effetti, pur prendendo atto di una modifica della legge regionale che risolve non pochi problemi alle imprese (e allo Stato), è curioso osservare le varie misure previste dal legislatore regionale per l'applicazione del nuovo testo. Con una serie di norme tecniche, autorizzative e via discorrendo, che normalmente nulla dovrebbero avere a che fare con le competenze delle Regioni o degli enti locali in senso più ampio e generale. Tenendo conto, ogni tanto, che sul gioco pubblico esisterebbe una Riserva di legge in virtù della quale la gestione dell'intero mercato sarebbe affidata interamente allo Stato centrale. Ma questo, evidentemente, solo sulla carta, come la storia recente ci racconta. Solo che il rischio è che, senza un intervento di radicale riforma del settore, come doveva essere il tanto atteso Riordino, si continuerà con queste frammentazione locale della normativa, che non aiuta nessuno. Non le imprese, che si trovano a subire tutti gli oneri di queste incongruenze territoriali, ma neppure lo Stato, che vede alterarsi gli equilibri di concorrenza, i presidi di legalità e di controllo dell'ordine pubblico. La decisione della Regione Lazio, per come avvenuto, denota si un rincuorante e ritrovato buon senso da parte del legislatore regionale e della politica locale, ma evidenzia al tempo stesso come il lupo abbia perso il pelo, ma non il vizio: almeno quello di voler interferire nella regolamentazione del settore, in maniera diretta ed ostative, e non attraverso i canonici meccanismi di concertazione e condivisione.

Non è quindi un caso che il sottosegretario all'economia, Federico Freni, pur in rappresentanza di un esecutivo dimissionario, ma ancora facente funzione, ha pensato bene di proporre una “moral suasion” alle Regioni, attraverso l'organismo di competenza, cioè la Conferenza Stato-Regioni. Con una richiesta di “aiuto” e un invito alla “prudenza”, in attesa di arrivare a una soluzione chiara e, soprattutto, condivisa. Promettendo non soltanto un riordino, ma anche una partecipazione attiva nel processo di regolamentazione e scrittura delle prossime regole che il governo voleva realizzare, attraverso la legge delega. La quale però non vedrà più la luce, almeno non in questa legislatura. Ma per risolvere i problemi e applicare un minimo di buon senso, non serve attendere i prossimi governi o le prossime legislature. Per questo, si attendono sviluppi. Perché solo una presa di coscienza più ampia e generale potrebbe portare al superamento del conflitto anche nei territori più ostili, andando a sminare il campo da quegli attacchi ideologici i cui effetti, purtroppo, saranno fin troppo concreti.

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