Cardia (Acadi): ‘Basta discriminarlo, gioco riapra in zona gialla’
“Finché possono aprire solo i servizi essenziali, ci sto. Lo capisco, ci mancherebbe. Ma nel momento in cui si dà il via libera a quelli non essenziali, non vedo perché si decida di lasciare indietro chi è in condizione di operare in piena sicurezza. È come se lo Stato si spinga ad arrogarsi una funzione educativa, decidendo cosa è buono e cosa no. Un paradosso che si estende ad altri settori. Penso al turismo: le imprese sono aperte, sono stati chiusi gli utenti”.
Geronimo Cardia, presidente di Acadi, l’Associazione concessionari di giochi pubblici, non molla, e in un’intervista pubblicata su Panorama torna a battere sugli stessi tasti e a chiedere, per l’ennesima volta, la possibilità per le attività del settore di riaprire “almeno in zona gialla”.
al di là delle conseguenze sull’intera filiera, “si traduce in un favore fatto alla criminalità. Sotto vari punti di vista.
La domanda di gioco c’è ed è innegabile. Molto meglio che sia assolta da soggetti fortemente sorvegliati con scrupolo. Devono rispondere di ogni loro azione, possono muoversi in un recinto stretto di regole e supportano le autorità.
La presenza del comparto sul territorio rappresenta un patrimonio informativo rilevantissimo”. Qualche giorno fa, “Acadi è stata ricevuta dalla Commissione parlamentare antimafia e ha ribadito le numerosissime funzioni che l’ordinamento giuridico attribuisce al settore. Lavora come le banche, monitora tutte le operazioni che vengono svolte e segnala quelle sospette, favorendo le attività investigative. Osserva una piena tracciabilità. Fa sì che ogni singolo euro dei 18 miliardi che raccoglie in un anno, possa essere controllato da un magistrato con un clic per accertarne la legittimità. Quando il gioco si ferma, l’autorità perde quegli strumenti. Si spegne un faro sui territori. Viene meno una tutela essenziale della legalità“.
“Ribadisco che la nostra richiesta è poterlo fare anche in quella gialla. Ma anche nella bianca, dalla teoria alla pratica ce ne passa.
In Sardegna, l’unica regione al momento in quella fascia, il provvedimento che dovrebbe autorizzare a ripartire è in ritardo. È già successo dopo il primo lockdown: mentre tante attività accendevano i motori già a metà maggio, noi siamo andati più che a singhiozzo, con disparità di trattamento tra regioni che pure avevano lo stesso colore politico. In alcuni casi si è dovuto aspettare fino a metà luglio. Davvero, non ha senso. Non può succedere di nuovo“.