Cgia Mestre e Istituto Tolomeo: ‘Gioco, tutelare occupazione e 1 percento del Pil’
Anche se una data per la riapertura ora c’è – il 1° luglio – il gioco deve comunque fare i conti con gli effetti di oltre 10 mesi di lockdown sulla filiera, fra scarsi ristori e perdite occupazionali al momento “contenute” solo dal blocco dei licenziamenti.
Proviamo a tirare le somme con la Cgia Mestre e l’Istituto Tolomeo Studi e ricerche nella seconda parte dello speciale sul lavoro pubblicato sulla rivista cartacea di Gioco News di maggio, consultabile integralmente a questo link.
“È difficile fare una valutazione diretta dell’impatto dell’emergenza Covid, e delle restrizioni alle attività di gioco varate per il suo contenimento. Il motivo? Il ricorso alla cassa integrazione, che ha ‘inquinato’ i dati. Ma, pur in presenza di costi fissi da sostenere – come gli affitti – e nella mancata concessione di credito da parte delle banche (in attesa che vengano tracciati percorsi preferenziali per gli operatori di gioco in possesso di tutti i requisiti di solvibilità necessari, come ventilato dal sottosegretario all’Economia Maria Cecilia Guerra in risposta ad un’interrogazione del senatore M5S Mario Turco, Ndr), Cig e blocco dei licenziamenti hanno permesso al comparto di ‘tenere botta’.
Il comparto del gioco è uno di quelli che ha subito e sta subendo il periodo di sospensione più lungo: ciò ha determinato una serie di cessazioni che superano il blocco dei licenziamenti tuttora in atto. Situazione a cui si sommano gli effetti delle leggi regionali, che, se non modificate, in alcuni territori non consentiranno alle imprese di riaprire dopo il lockdown, o al massimo per pochi mesi.
Avere un dato complessivo sui risvolti sull’occupazione è poi arduo, per via di un codice Ateco associato alle imprese del settore che è ‘trasversale’, fatto che rende possibili solo rilevazioni campionarie”.
Considerando il 2015 come anno base, si possono osservare le rilevanti tensioni a cui è stato sottoposto il settore, prendendo in considerazione lo stop fino a fine 2020. In particolare per Awp e Vlt, i modelli presentati registrano una riduzione del fatturato da 100 a 30, della raccolta a 43 e del gettito erariale a 65, con una tenuta sorretta dagli inasprimenti delle aliquote del Preu.
A causa dei periodi di sospensione dell’attività dovuti all’emergenza Covid gli operatori del settore hanno subito gravissime contrazioni del fatturato, con una media del 46 percento.
“L’impossibilità di coprire i costi fissi, data la riduzione del fatturato senza precedenti, l’obbligo di investire nella propria azienda, considerato che gli apparecchi devono essere adeguati alle variazioni del Preu e del payout, e la difficoltà di ottenere finanziamenti dagli istituti di credito – conclude la Cgia di Mestre – comportano il rischio che le imprese, che fino a questo momento hanno resistito, decidano di cessare la propria attività”.
Per dimostrare questo, Feltrin porta ad esempio alcune indicazioni, costruite sulla base dei codici Ateco Istat e dei dati forniti da Acadi, l’associazione che riunisce i concessionari italiani, relativi al 2018.
“Come si vede dalle infografiche (qui sotto, Ndr), abbiamo una parte diretta calcolata come Ula – unità di lavoro standard, per la quale tutte le persone vengono ricalcolate sulla base di un orario standard di 8 ore per 5 giorni alla settimana per 12 mesi l’anno –, una misura statistica usata dall’Unione europea e dall’Istat per tener conto di tutti i lavoratori discontinui.
Tipici del comparto del gioco, che comprende anche bar, tabaccherie ed altre attività del genere, e caratteristica che genera problemi di fonti di dati, a seconda di come vengono ‘calcolate’ le persone.
Quindi, tutte le forze lavoro vengono ricondotte ad un’unità di lavoro standard, come se fossero tutti lavoratori a tempo pieno per 12 mesi l’anno. Tenendo conto di questo, nel gioco ci sono 78.500 Ula, compresi gli indiretti, i lavoratori riconducibili a provider, gestori, produttori, che coincidono con circa 197mila persone”.
Non è ancora esattamente certo cosa “produca l’online in termine di redditi e di occupati. Fra il 2013 e il 2019 era cresciuto del 250 percento e, con ogni probabilità, con i prossimi dati relativi a 2020 e 2021 l’aumento sarà al 500 percento.
Mentre le cifre sono chiare per le Awp e Vlt strettamente intese, con le dovute distinzioni fra i vari tipi di location in cui sono installate, e tenendo conto che il maggior numero di esse si trova nei bar. Nel complesso, per questo segmento gli occupati sono oltre 56mila, dei quali più di 27mila negli esercizi generalisti, e l’altra metà sono dislocati fra produttori di apparecchi (1.700), gestione delle slot presso terzi (oltre 12mila), agenzie scommesse, sale bingo e negozi di gioco con Awp (circa 7mila) ed imprese che gestiscono le sale in cui si trovano slot e Vlt (quasi 8mila)”.
Un vero e proprio patrimonio da tutelare, ancora di più, se possibile, alla luce della crisi generata dall’emergenza Covid, e della perdurante chiusura del settore.
“Il rischio occupazionale – conclude il professore – è quello che preoccupa di più attualmente, e il rischio è di trovarsi le piazze in rivolta. Chi vuole assumersi questa responsabilità?”.


Per quanto riguarda lo scorso anno, i settori che segnalano un calo maggiore delle attivazioni “sono alberghi e ristorazione, industria in senso stretto, commercio, attività immobiliari, professionali e servizi alle imprese, per i quali la riduzione riguarda soprattutto i giovani; a eccezione dell’industria tout court, il contributo è maggioritario per le donne.
Sul versante di chi ha terminato il lavoro, ai settori precedentemente elencati si aggiungono sanità e assistenza, istruzione, servizi domestici e altri servizi collettivi e personali; più in particolare, nel commercio l’incremento di chi ha concluso il lavoro è stato maggiore per quello al dettaglio, e negli altri servizi collettivi e alla persona la quota maggiore si registra nelle attività sportive e di intrattenimento e nei servizi alla persona.
Le parziali riaperture decretate dalla seconda metà di maggio 2020 hanno smorzato la crescita di questo aggregato (+232 mila unità nel terzo trimestre).
Da sottolineare che, nel secondo trimestre, l’aumento di 490 mila individui che hanno concluso il lavoro riguarda soprattutto chi si trova in una condizione di inattività, circa il 90 percento della crescita (+445 mila); tale quota scende al 61,3 percento nel terzo trimestre, segnale di una ripresa attiva nella ricerca di lavoro”.
Nel dettaglio, nel periodo marzo-maggio 2020 “la riduzione del personale a tempo determinato ha riguardato invece il 6,6 percento delle imprese, quota salita al 7,5 percento fra giugno e novembre, interessando maggiormente i settori delle attività artistiche, sportive e di intrattenimento e le attività dei servizi di alloggio e ristorazione, dove circa un quinto delle imprese ha ridotto il personale a termine.
Andando ad analizzare la quota dei lavoratori in smart working nelle imprese che hanno attivato il lavoro a distanza, per le attività artistiche, sportive, di intrattenimento e divertimento si passa dal 5 percento di gennaio-febbraio 2020 al 48,3 percento di marzo-aprile 2020 per scendere al 39,1 fra gennaio e marzo 2021”. Un lavoro “a distanza” possibile per i dipendenti dei concessionari o altre attività connesse al gioco rimaste aperte, ma di certo non per le sale, ad esempio, chiuse in toto.
Nell’approfondimento “La dinamica integrata di stock e flussi occupazionali nelle imprese dei settori dell’industria e dei servizi” l’Inps quindi riporta che “nel settore terziario l’occupazione è diminuita (-2,3 percento) più che nell’industria (-0,4 percento), registrando variazioni particolarmente accentuate nei servizi di alloggio e di ristorazione (-10,1 percento) e nelle attività artistiche, sportive, di intrattenimento e divertimento (-7,6 percento). Questi due settori, oltre ad aver subito l’impatto più forte dell’emergenza sanitaria legato al crollo dei movimenti turistici e alle misure di lockdown, hanno anche risentito degli effetti di una struttura occupazionale caratterizzata da una elevata incidenza di rapporti di lavoro a tempo determinato, di media, breve e brevissima durata e, quindi, ad altissimo turnover.
Il tasso lordo di turnover, ottenuto rapportando il flusso complessivo di attivazioni e cessazioni allo stock iniziale di posizioni lavorative, è stato del 284 percento nei servizi di alloggio e di ristorazione e del 315 percento nelle attività artistiche, sportive, di intrattenimento e divertimento; l’entità di tali valori diventa ancor più evidente se li si confronta con il valore del tasso lordo di turnover nell’industria, che si ferma al 62 percento. Ciò spiega anche come sia stato quasi impossibile proteggere on the job i lavoratori di tali settori con strumenti come la Cassa integrazione guadagni”.

