Donne del gioco, Romano (Codere Italia): ‘Diversità, valore aggiunto’
“Il contributo che le donne danno in qualunque aspetto della vita è innegabilmente fondamentale, così come è risaputo che sono quelle a pagare il prezzo più alto in termini di disoccupazione e anche con la pandemia è stato così”.
Lo afferma Imma Romano, direttore Relazioni istituzionali e comunicazione di Codere Italia, che nello speciale sulle donne del gioco pubblicato sul numero di marzo della rivista Gioco News e che stiamo proponendo, a puntate, anche online sottolinea inoltre che “il settore del gioco legale è ancora profondamente ancorato a dinamiche di genere ed è abbastanza raro trovare donne in posizioni apicali. Aziende del gioco a trazione femminile sono una rarità, così come è caso più unico che raro vedere una donna alla guida di un’associazione di settore. I motivi? Difficili da individuare se non in un approccio culturale che, se già solitamente penalizza le donne, in questo settore lo fa di più. In questo periodo, però, le donne hanno saputo mostrare la tenacia e la determinatezza che è propria del genere femminile e, senza prove muscolari, ma con grazia e creatività hanno condotto le loro battaglie dentro e fuori i Palazzi”.
Di quali misure ha bisogno il gioco per uscire dalla crisi nel quale è sprofondato?
“Il gioco legale è attanagliato da una serie di vulnus che ne fanno uno degli ambiti maggiormente a rischio di implosione. Una politica miope e scelte fondate sulla demagogia ci hanno portato al triste punto in cui siamo. Da una parte il gioco legale viene demonizzato e dall’altra usato per fare cassa, come se fosse un pozzo senza fondo, con buona pace delle aziende, che hanno investito, e dei lavoratori, che sono ormai allo stremo. Aspettarsi una corretta analisi accompagnata da una coerente soluzione è forse troppo? È ormai evidente a tutti, e purtroppo il lockdown lo ha reso cristallino, che dove vengono lasciati spazi vacanti dal gioco legale l’illegalità si insinua prontamente, a danno sia dell’imprenditore che del consumatore. Dovremmo ripartire da poche regole ma certe, da una valorizzazione del capitale umano professionalizzato che opera nel gioco legale e da una visione di lungo termine che esca dalle riduttive dinamiche di parte e possa guardare il settore nella sua completezza e non a comparti stagni”.
La differenza di genere è un valore aggiunto nel mondo professionale?
“Guardare le cose da più punti di vista e valutarle con esperienze diverse rappresenta sempre e comunque un valore aggiunto. Credo di avere detto un’ovvietà ma nel caso della diversità di genere uno studio di qualche anno fa, ma comunque attuale, aveva individuato alcune caratteristiche che nelle donne hanno una maggiore pervasività: capacità di intuito, grande attenzione alla qualità della vita lavorativa, buona conciliazione della parte razionale e di quella emozionale ed applicano naturalmente le tecniche di mediazione. Spesso i rapporti tra i manager maschi si costruiscono intorno ad atteggiamenti di forza e la sensibilità di una donne può aiutare certamente a stemperare le frizioni e, di conseguenza, a raggiungere gli obiettivi prefissati”.
Come ha gestito, personalmente e professionalmente, questo lungo periodo di lockdown?
“La prima parola che mi viene in mente è ‘pazienza’. Ci siamo dovuti tutti rapidamente adattare a un modo di lavorare molto diverso da quello a cui eravamo abituati che ha sovvertito la nostra quotidianità. Mi ritengo comunque una privilegiata perché le mie figlie sono grandi e non ho dovuto fare fronte a quell’inferno che si è dimostrato essere la Didattica a Distanza, e ad altre brutture simili. Il lockdown mi ha fatto riscoprire piccoli passatempi trascurati ma mi è mancato, e mi manca ancora, tantissimo il contatto con i colleghi e la possibilità di confronto ravvicinato. Uno schermo non potrà mai sostituire, almeno nel mio lavoro che è fatto soprattutto di relazioni e di empatia, quel contatto che è alla base di tutti i rapporti umani. Ma, lo vediamo ancora tutti i giorni, con il Covid non si scherza e tutti abbiamo il dovere civile e morale di essere responsabili, per noi e per gli altri”.
Come pensa che cambierà il modo di vivere e di lavorare, una volta tornati alla normalità?
“Se non facessimo tesoro di quanto abbiamo vissuto in quest’ultimo anno saremmo fuori dal mondo. Abbiamo finalmente capito che non serve prendere un treno o un aereo, con tutto quello che ne consegue in termini di costi e di inquinamento, per fare una riunione di un’ora e che possiamo sederci virtualmente intorno a un tavolo ed essere altrettanto efficaci e produttivi come se stessimo nella stessa stanza. Tornare al vecchio modo di lavorare non avrebbe davvero senso ma neanche sostituirlo integralmente con lo smart working. Le tecnologie esistono e vanno potenziate per il miglior utilizzo possibile, la flessibilità e lo spirito di adattamento a questa nuova dinamica sono fondamentali. Tuttavia i rischi che, senza una responsabile disciplina, la vita privata si veda invasa da quella lavorativa sono altissimi. E se abbiamo imparato a usare le app per prenotarci al supermercato e in farmacia dovremmo esercitarci a non ‘digitalizzare’ anche le relazioni umane, specie quelle familiari. Mirare piuttosto a spendere il tempo guadagnato dalla mancanza di spostamenti per dedicare più tempo ai nostri affetti o a quello che ci fa stare bene”.