Gioco e turismo: viaggio è sempre più emozione e esperienza
“Viaggio e turismo sono sempre più esperienziali. I turisti cercano, prima di tutto, emozioni ed esperienze. Certo, musei e aree archeologiche continuano ad assolvere una funzione fondamentale e restano centrali nelle pratiche turistiche, ma chi viaggia ormai cerca qualcosa in più.” Sono le parole di Marxiano Melotti, professore associato di Sociologia urbana, turismo e patrimonio culturale dell'Università Niccolò Cusano, ad aprire lo speciale legato al gioco e al turismo di questo numero della nostra rivista.
Fra le emozioni cercate dai turisti non ci sono solo quelle legate alle esperienze – imparare a fare le tagliatelle, magari ascoltando i racconti di una “nonnina” che rivela i segreti della sua cucina, o visitare i mercati popolari – ma anche quelle legate all'intrattenimento.
A tal proposito Melotti rimarca: “Noi italiani siamo un popolo strano: amiamo il divertimento e abbiamo in generale un rapporto giocoso con la vita, un aspetto della nostra cultura che molti Paesi ci invidiano. Però ci vergogniamo di ammetterlo: la dimensione del gioco è quasi un tabù, tanto nella nostra vita quotidiana quanto nella ricerca scientifica. È un retaggio del pensiero crociano, che tendeva a relegare nella sfera dell’inutile, del pericoloso e del volgare tutto ciò che è legato alla dimensione disimpegnata del divertimento e del benessere.
Paradossalmente, anche nel campo della sociologia del turismo (che inevitabilmente si occupa di benessere) il gioco è considerato un tabù. Eppure turismo e divertimento sono intimamente legati. Pensate a Las Vegas: per decenni una delle capitali mondiali del turismo, è un luogo fondamentale per capire (nel bene e nel male) l’immaginario della nostra società.
A Las Vegas, tra l’altro, prende forma un fenomeno molto particolare che è quello della 'tematizzazione', ossia la tendenza di associare spazi ed esperienze di consumo (come hotel, casinò e centri commerciali) a certi temi o a certi periodi storici, come l’antica Roma o l’Egitto dei faraoni. La tematizzazione è un fenomeno che ha trasformato la nostra società, associando il consumismo alla dimensione alta della storia e della cultura e contribuendo ad unire dimensione turistica, ludica e culturale”.
Nel suo corso di Sociologia del turismo il professore associato dell'Università Niccolò Cusano ha sottolineato che "i parchi a tema e l'archeologia sono una questione calda nelle politiche urbane e turistiche". Sotto quale punti di vista e perché? “I parchi a tema sono luoghi interessanti, molto meno banali e quindi molto più complessi di quanto molta letteratura scientifica vuole far credere. Sono spazi che sono in grado di creare dei ponti tra epoche storiche e culture diverse. In un’epoca come la nostra, dove spesso la vita quotidiana è faticosa, frustrante e schiacciata dall’omologazione indotta dalla globalizzazione, i parchi a tema (proprio come le aree archeologiche) ci permettono di entrare in un mondo altro e magari assumere temporaneamente identità altre.
Da questo punto di vista, invito tutti i lettori a cercare online il parco a tema francese Puy du Fou: cultura romana, vichinga e medievale convivono senza problemi tra spettacoli e attività didattiche per grandi e piccini, spesso condotte con la tecnica della cosiddetta living history. I parchi a tema insomma non sono necessariamente solo luoghi di divertimento, ma possono diventare spazi educativi ed identitari. Molti siti archeologici (soprattutto in Paesi più 'avanzati' e dinamici dell’Italia) hanno adottato tecniche comunicative ed educative proprie dei parchi a tema”.
Restando sempre nell'ambito della sociologia legata al tempo libero, abbiamo chiesto un parere a Fabio Massimo Lo Verde, professore ordinario di Sociologia generale presso il Dipartimento di Scienze economiche, aziendali e statistiche dell'Università degli studi di Palermo, autore del saggio saggio “Libero, liberato, liberatorio, liberticida. I mutamenti del leisure time tra modernità e postmodernità”. In esso si legge che “sono sempre di più le persone che preferiscono consumare il tempo libero a disposizione – in attività, ad esempio, poco impegnative – che a investirlo in attività anche più gratificanti a medio-lungo termine che però sono più impegnative”.
Qualche esempio? “Io ho preso in considerazione alcuni dati per confermare questa tendenza, già registrata da Robert A. Stebbins tra il 2018 e il 2020, che vedono le persone preferire mediamente attività di time out, di casual leisure, non impegnative: una passeggiata, un drink, la socialità senza impegno. Il tutto in ragione di due condizioni: la velocizzazione dei ritmi della vita quotidiana e la privatizzazione degli spazi, specie per alcune fasce d'età.
In parallelo al costante aumento di attività, e all'aumento dell'offerta di luoghi che consentono la fruizione di questo tipo di modalità di consumo del tempo libero, si registra una riduzione del numero di iscritti alle associazioni per il serious leisure, che presuppone un impegno, la costruzione di una carriera, il coinvolgimento di amatori, nello sport come nel teatro.
Il serious leisure quindi sembra coinvolgere una percentuale sempre più bassa di popolazione.
L'unico elemento in controtendenza è la fruizione culturale, che però non può essere considerata a tutti gli effetti forma di casual o serious leisure”.
Parlando di turismo, dalla nostra chiaccherata con Lo Verde poi emergono delle tendenze interessanti e delle tipologie ben precise alle quali fare riferimento, e in cui ognuno di noi potrà giocare a riconoscersi.
Nel libro “Sociologia dei consumi turistici” il professore dell'Università di Palermo ha analizzato i trend più consolidati dagli anni Cinquanta ai giorni nostri, individuando quattro modalità. “Il modello alla Mc Donald, 'chiavi in mano', con l'agenzia turistica che organizza tutto, pur restando una parte importante, soprattutto per le fasce più anziane della popolazione, è in decremento. Poi c'è il 'turismo alla Ikea', dove siamo noi stessi ad assemblare il viaggio, compriamo delle singole 'parti' e le mettiamo insieme, che è significativamente in crescita.
Un altro ancora è il 'turismo alla Apple', che mescola vita reale e online nel vivere l'esperienza turistica, la quale diventa una pratica digitalizzata: consultiamo le recensioni, condividiamo la nostra vacanza sui social, ma come promosso dall'azienda di Cupertino, in fondo, è per molti ma non per tutti. In parallelo c'è il 'turismo alla Wikipedia', il più recente, interessante, attraente per il turista ricercato, di chi intende partecipare direttamente agli eventi per i quali si muove: ad esempio andare in Tanzania a fare volontariato per costruire un ospedale da campo, oppure al Carnevale di Rio e cercare di entrare nel team di chi organizza i carri che sfilano.
Il turista colto della classe medio alta, quello che muove le tendenze, vuole un'esperienza turistica caratterizzata da una polisensorialità a tutti gli effetti, che vada oltre il gusto del viaggio ma cerchi l'autenticità.
Non a caso, l'ultimo paragrafo del mio libro si chiama 'La fine del turista', che è contento quando 'non fa il turista'. Non è un caso che cominci ad avere successo come destinazione turistica la provincia italiana, da Comacchio alla Sardegna meno nota, le Cinque terre, ma nelle parti meno affollate, e così via. Con la voglia di fare esperienze lontane dal quotidiano, ma con ritmi che richiamino la quotidianità, in una sorta di gioco delle parti fra popolazione ospitante e ospitata in cui ciascuno recita un po' la sua parte: l'accoglienza, il rispetto della specificità dei luoghi, andare oltre i luoghi comuni”.