Le donne del gioco, Milesi (Sapar): ‘Stesse regole per tutti’
“Le donne che si muovono a vario titolo in ambienti prettamente maschili come può essere il mondo del gioco lecito sono donne che hanno sicuramente una forza e una determinazione notevoli, e, in quanto donne, quando decidono di fare una cosa ci credono fino in fondo e la vedono e sentono come una vera e propria missione, usano quindi, la stessa forza, coraggio, fantasia, intelligenza, caparbietà che solitamente utilizzano nel gestire una famiglia che non è altro che una piccola impresa”.
A fornire questa efficace e calzante rappresentazione dell’approccio “femminile” al comparto dei giochi è Alessia Milesi, presidente della delegazione regionale di Piemonte e Valle d’Aosta dell’associazione Sapar, e protagonista della nuova puntata dello speciale sulle donne del gioco pubblicato integralmente sulla rivista cartacea di Gioco News di marzo (consultabile integralmente a questo link).
“Ritengo che abbiano avuto un’ottima idea a scendere in piazza come donne del comparto e anche io sono scesa in piazza con loro nella prima manifestazione. Poi sono andate avanti
con il presidio, caparbie nel voler portare a casa un risultato.
Naturalmente hanno tutta la mia vicinanza; stimo le donne che sanno prendere iniziative, affermarsi e farsi valere anche e soprattutto in ambienti che non le vedono protagoniste da
sempre.
Sostengo da sempre il ruolo vincente in questo settore delle donne: chi ha intelligenza ben comprende che in un gruppo, in un’associazione, dove vengono inserite figure femminili, il valore dello stesso aumenta. Sono convinta che donne e uomini abbiano caratteristiche differenti, magari non più marcate come un tempo, ma concepiscono la vita in maniera diversa e la affrontano in maniera diversa.
Quindi, avere in un gruppo ‘notoriamente maschile’ un apporto di quote rosa sarebbe una scelta vincente e lungimirante, scelta attualissima oggi anche a livello politico, dove il professor Draghi ha dato vita ad un Esecutivo con il 50 percento di sottosegretari donna.
Inoltre, vogliamo immaginare una donna che in televisione parla di gioco piuttosto che un uomo? Cambia di molto, credetemi. Lo stesso tema affrontato da un genere diverso viene comunicato in maniera diversa”.
“Ci vuole una legge nazionale che garantisca a tutti le stesse regole su tutto il territorio, ci vuole il rispetto del lavoro della piccola imprenditoria (caratteristica tutta italiana), e la capacità di comprendere che il gioco è parte integrante della vita di ognuno di noi.
Abbiamo sempre giocato e continueremo a farlo con la consapevolezza che ognuno è responsabile delle proprie scelte e che non permettere di scegliere non è una soluzione.
La soluzione è ‘formarmi’ e informarmi, affinché le mie scelte siano basate su maggiori conoscenze. È risaputo che chi ha un grado di istruzione più elevato gioca di meno o in maniera differente, perché consapevole delle probabilità di vincita e soprattutto cosciente del suo valore e delle sue possibilità di essere un vincente nella vita senza che gli caschi una fortuna in testa. Soprattutto, una persona realizzata ha poco tempo da dedicare al gioco e lo fa con consapevolezza, quindi la formazione e l’informazione sono indispensabili per avere una popolazione che non ha bisogno che qualcuno dall’alto gli permetta o proibisca qualcosa.
Inoltre, ricordiamoci che esiste un settore del gioco senza vincita in denaro – parlo di giochi meccanici (biliardi, calcetti, carambole, ecc) – che andrebbe incentivato e valorizzato con approcci più pratici, non affossato ulteriormente come sembra si voglia fare imbrigliandolo in certificazioni e tassazioni anacronistiche”.
“In Piemonte il dialogo con la politica non si è mai interrotto. C’è ad oggi un progetto di legge a firma del presidente della terza commissione Claudio Leone, che sta facendo il suo iter.
Mi auguro che il Piemonte come tutte le altre regioni possa tornare a lavorare quando sarà consentito farlo e che non rimanga affossato da una legge (la 9 del 2016) che ha penalizzato degli imprenditori per il solo fatto di operare, risiedere e pagare le tasse in una regione piuttosto che in un’altra. Abbiamo una scadenza imminente che è maggio 2021 che potrebbe far calare la mannaia sulle ultime aziende rimaste in piedi e che porterebbe il Piemonte nel medioevo del gioco.
Una politica territoriale priva di pregiudizi nei confronti di un settore lavorativo così importante, consapevole del mondo imprenditoriale che ruota intorno al comparto e cosciente del momento, dove ogni azienda con i suoi dipendenti è di vitale importanza per ripartire e uscire dalle sabbie mobili in cui la pandemia ci ha relegato, non può, a mio avviso, permetterlo”.