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Riformare per ricostruire e non distruggere: l'Europa spinga al riordino del gioco

  • Scritto da Alessio Crisantemi

All'indomani della pronuncia del Consiglio di Stato sulla cosiddetta “tassa dei 500 milioni” diventa ancora più urgente il riordino del comparto per sanare le troppe storture.

 

La fretta è da sempre una cattiva consigliera. Peggio ancora se accompagnata da una buona dose di ideologia, condita da altrettanta superficialità. Lo sanno bene gli addetti ai lavori del comparto del gioco pubblico, da tempo abituati a interventi legislativi di carattere punitivo e per lo più dovuti a ragioni di cassa, che hanno sistematicamente visto i governi che si sono succeduti negli ultimi anni incrementare sistematicamente la tassazione dei vari giochi, in maniera sbrigativa e spesso scomposta, e senza mai ragionare a una revisione di sistema o a una riforma generale del comparto. Da cui ricavare, magari, anche maggiori entrate, ma in maniera ragionata e, quindi, tecnicamente sostenibile, invece di adottare misure estreme, talvolta anche impercorribili, o giù di lì. Il picco massimo di questo terribile modus operandi del legislatore si è avuto probabilmente con la legge di Stabilità del 2015 quando il governo dell'epoca (guidato dall'allora premier Matteo Renzi), quasi senza preoccuparsi del regime fiscale vigente sugli apparecchi da intrattenimento e guardando probabilmente soltanto ai volumi della raccolta che era in grado di generare, introdusse una tassa straordinaria – alla stregua di un prelievo forzoso – dall'importo complessivo di 500 milioni e a carico dell'intera filiera, da versare una tantum per far fronte alle esigenze di spesa correnti.

Una norma che, come abbiamo ampiamente documentato in questi anni ha suscitato enormi conflitti dentro e fuori alla filiera, provocando lo scompiglio tra categorie e un annoso contenzioso non solo tra gli addetti ai lavori (allo scopo di individuare un criterio sostenibile ed equo per la ripartizione del tributo) ma anche tra gli operatori e l'amministrazione, per una tassazione sì straordinaria ma da più parti ritenuta illegittima, nella forma e nella sostanza. Anche se, in varie occasioni, i tribunali hanno stabilito che il versamento della quota previsto dalla legge era dovuto. Non il Consiglio di Stato, però, che nella nuova e sconvolgente pronuncia di ieri, ha rinviato la materia alla Corte di giustizia europea, sollevando dubbi di legittimità della norma in questione rispetto al principio di affidamento previsto dalle prescrizioni del diritto europeo e sancito in questo caso dallo strumento delle concessioni attraverso le quali viene gestito il mercato del gioco pubblico. Come illustrato a GiocoNews.it dai legali autori dell'iniziativa in Consiglio di Stato, la contrarietà rispetto alle norme Ue deriverebbe dal fatto che il presupposto che consente di fare questo tipo di interventi sulla convenzione di concessione deve essere “la sussistenza di motivi imperativi di interesse generale, come la tutela dell'ordine pubblico, la lotta al Gap o il contrasto all'illegalità”, ma di certo non delle mere esigenze “di cassa”, come palesemente avvenuto del caso dei 500 milioni del governo Renzi.

LE CONSEGUENZE SUL SETTORE - Ecco quindi che la Corte Europea potrebbe giocare un ruolo fondamentale non tanto per la materia specifica oggetto del contenzioso, tenendo conto che – ad oggi – ormai gran parte degli operatori ha già versato la propria quota relativa ai famigerati 500 milioni: quanto, piuttosto, per l'intero futuro del comparto del gioco pubblico e non solo per il settore delle slot. Visto che il principio di affidamento in concessione riguarda ogni singolo segmento del gioco nel nostro paese. 

Il fatto forse più rilevante, in effetti - oltre al ruolo sempre più determinante che sembra assumere il consiglio di Stato (pur nella sua apparente schizofrenia, di cui abbiamo già parlato) nella legislazione del gioco pubblico nel nostro paese, sia pure nel ruolo di effettivo supplente del governo -, sembra essere che i giudici nazionali cominciano a dare sempre più valore ai dettami del diritto europeo, anche rispetto a tematiche (apparentemente) più legate a questioni interne allo Stato. Una tendenza, questa, che potrebbe portare a numerosi altri risvolti, sempre in materia di giochi pubblici. Tenendo conto delle varie criticità che affliggono da tempo esclusivamente il comparto italiano, in maniera difforme rispetto agli altri paesi d'Europa e del mondo. Oltre al tema della cosiddetta “Questione territoriale”, già più volte indicato come argomento da presentare all'attenzione dell'Europa, bisogna infatti considerare le restrizioni dettate dal Decreto Dignità in materia di pubblicità dei giochi che violano espressamente le raccomandazioni provenienti dalla Commissione europea, il cui principio era quello del “vietato vietare”, mentre l'Italia ha optato per il “vietare tutto”.

Ma non è tutto. Sì, perché la crescente attenzione nei confronti della conformità al diritto europeo, come scriviamo ormai da tempo, potrebbe suggerire (imporre?) allo Stato italiano di risolvere anche altre questioni rimaste da troppo tempo sul tavolo, ricorrendo ad artifici legislativi o soluzioni tampone, allo scopo di evitare l'adozione di riforme. Come nel caso della ripetuta proroga delle concessioni di scommesse e bingo (che presto potrebbe conoscere un nuovo capitolo), che potrebbe risultare situazione poco gradita all'Europa.

TEMPO DI RIFORME - E' dunque giunto il momento di prendere il toro per le corna e affrontare la “materia gioco” in tutta la sua complessità, realizzando una riforma completa e degna di tale nome, che tenga conto di tutti i segmenti del comparto e di tutte le esigenze, allo scopo di dare sostenibilità a un'industria che continua a essere scomoda per i governi, ma assolutamente proficua e fin troppo “comoda” per lo Stato, ma solo ed esclusivamente a scopi economici. Del resto, a ravvisare la necessità e l'urgenza di questo passaggio è lo stesso Consiglio di Stato, già diverso tempo fa, sollecitando in altre occasioni il governo a risolvere la “questione territoriale” allo scopo di poter espletare le gare. Prima che sia un giudice terzo a imporlo.

 
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