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Gioco escluso da ristori, As.tro: 'Nostro settore ha pari dignità'

  • Scritto da Redazione

Pucci (As.tro) scrive a Bonaccini e Corsini (Regione Emilia Romagna) in merito all'esclusione delle attività di gioco dai ristori regionali portata alla luce dall'interrogazione di Mastacchi (Rete civica).

Dopo il "niet" ai ristori per gli operatori del gioco dell'Emilia Romagna comunicato dall'assessore regionale al Commercio Andrea Corsini in risposta ad un'interrogazione del consigliere Marco Mastacchi, non si fa attendere il "commento" dell'associazione As.tro, con il presidente Massimiliano Pucci.
Firmatario di una lettera inviata proprio a Corsini e al governatore Stefano Bonaccini.

“Come associazione di rappresentanza degli operatori del gioco lecito, avevamo già denunciato la sperequazione messa in atto dalla Regione Emilia-Romagna nei confronti delle imprese del gioco, escluse dai finanziamenti erogati alle attività penalizzate dalle misure di contenimento della pandemia.
D’altronde, una simile scelta si inserisce nel solco di una precisa strategia già da tempo percorsa dalla regione per espellere dal suo territorio il gioco legale: ne è prova l’applicazione retroattiva delle norme regionali che prevedono distanze minime dai luoghi c.d. 'sensibili' e la conseguente chiusura di attività già esistenti prima della loro entrata in vigore, a cui si accompagna la totale chiusura delle istituzioni regionali verso qualsiasi confronto, sul tema, con le associazioni di categoria.
L’esclusione delle attività di gioco dagli aventi diritto ai finanziamenti è stata perpetrata dalle istituzioni regionali nonostante tali attività, rimaste chiuse nell’ultimo anno solare per circa 300 giorni (e tuttora chiuse), risultino tra quelle più penalizzate dalle norme di contenimento della pandemia.
Ma non ci aspettavamo di trovare conferma del sospetto che si fosse trattato di una scelta discriminatoria, proprio dalle parole dello stesso assessore al Commercio, il quale, rispondendo ad una interrogazione del consigliere regionale Marco Mastacchi, ha candidamente dichiarato che 'non disponendo di risorse non sufficientemente capienti, non si sono potute attivare misure di sostegno per tutte le tipologie di attività' e che quindi 'a oggi non sono previsti ristori regionali per il settore giochi'", ricorda Pucci.
 
"Data la limitatezza delle risorse disponibili, ci si sarebbe invece aspettati una ripartizione delle stesse a favore di tutte le imprese penalizzate dalle restrizioni conseguenti all’epidemia. Questa sarebbe infatti stata l’unica opzione idonea a soddisfare il criterio dell’equità, pur comportando, ovviamente, la riduzione della quota a ciascuno spettante.
Dal momento che si è invece deciso di escludere dai ristori determinate imprese, sarebbe stato quantomeno politicamente opportuno indicare i criteri oggettivi sulla base dei quali sono state selezionate, a parità di pregiudizio subito, le imprese ritenute 'meritevoli' di usufruire di quello che, impostate così le cose, si è tradotto in un privilegio.
Riteniamo infatti che in un Paese democratico e in uno Stato di diritto, il criterio arbitrario e volatile del 'giudizio etico' che appare sottinteso a questa scelta selettiva (non essendo essa supportata da criteri oggettivi) della giunta regionale, non possa rappresentare un elemento discriminante idoneo ad eludere il principio di uguaglianza che qui dovrebbe essere declinato nel senso di riconoscere pari dignità alle imprese che operano nella legalità, le quali, come nel caso specifico, presentano il tratto comune di essere state parimenti penalizzate da fattori esterni.
Auspichiamo pertanto che, in occasione di futuri analoghi interventi, la Regione Emilia-Romagna possa modulare le proprie decisioni sulla base di tali elementari principi", rimarca il presidente di As.tro.

"Pur essendo pienamente consapevoli della autonomia di tali scelte regionali, intendiamo comunque sensibilizzare sul problema le Autorità governative in indirizzo, vista la titolarità statale del settore del gioco ed il sistema concessorio con cui lo Stato svolge concretamente tale attività. Senza trascurare ch le scelte regionali penalizzanti il settore del gioco incidono direttamente sul gettito erariale.
Episodi come quello della negazione immotivata di un finanziamento pubblico regionale, erogato per esigenze di portata generale, sommato alle ormai numerose normative regionali e comunali che stanno di fatto espellendo il settore del gioco legale dall’economia del Paese (imponendo chiusure coatte ad imprese, attive da anni, che operano nella piena legalità) e all’ostracismo bancario fondato su imprecisate motivazioni 'etiche', richiederebbero che il Governo e il Parlamento chiarissero definitivamente il ruolo del gioco legale in Italia: si tratta, in altri termini, di scegliere se difendere, anche migliorandolo, quel processo di legalizzazione e regolamentazione del gioco avviato nei primi anni 2000 (sulla base del quale numerosi imprenditori hanno sostenuto investimenti in capitale umano, finanziario e tecnologico) o se invece si intende rinnegarlo e relegare l’intero settore fuori dai confini della legalità.
Nel caso si decidesse di preservare l’esistenza di un gioco pubblico legale, sarebbe ragionevole pretendere che alle imprese del settore vengano riconosciuti la stessa dignità e i medesimi principi di diritto riservati alle altre imprese che compongono il tessuto economico del Paese, ponendo limiti ben definiti a quell’arbitrio, motivato da pregiudizi ideologici, che spesso ispira le decisioni politiche che coinvolgono gli operatori del gioco legale".
 
 
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