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Rapporto Dia: il Covid cambia le mafie, gioco a rischio con lockdown

  • Scritto da Daniele Duso

La criminalità organizzata si è adattata al periodo del lockdown consolidando i suoi rapporti con territorio e imprese, anche con forme di assistenzialismo. Pericolo per il settore del gioco.

 

È come sempre illuminante il rapporto che la Direzione investigativa antimafia invia alla Camera dei deputati. Nelle 600 pagine del documento, presentato dal ministro dell’Interno al Parlamento, viene riportato un quadro dei primi sei mesi dello scorso anno, comprendente quindi l’inizio della pandemia e tutto il primo lockdown, emerge la rapidità con la quale il crimine organizzato, da Nord a Sud, ha saputo riadattarsi di fronte ai cambiamenti imposti dal Covid-19. In questo contesto il settore del gioco (ricordiamo che quello legale e pubblico è stato tra quelli più colpiti dalle chiusure), per le mafie è andato via via a costituire uno degli affari dominanti, in particolare in quei territori (reali e virtuali) dove lo Stato non riesce o non può arrivare.

“I cardini intorno ai quali ruotano le attività criminali – si legge in uno dei primi passaggi chiave del Rapporto –, sono sempre i medesimi nel dettaglio, estorsioni ed usura, narcotraffico e gestione dello spaccio di stupefacenti, controllo del gioco d’azzardo legale ed illegale, inquinamento dell’economia dei territori, soprattutto nei settori dell’edilizia, del movimento terra, dell’approvvigionamento dei materiali inerti, dello smaltimento dei rifiuti, della produzione dell’energia, dei trasporti e dell’agricoltura. Spesso ciò si realizza attraverso l’infiltrazione o il condizionamento degli Enti locali, avvalendosi della complicità di politici e funzionari corrotti”.

Ma da Palermo a Milano, dal Veneto alla Sardegna, il quadro che emerge, come detto, è quello di organizzazioni che oltre allo “svolgimento continuativo e perdurante delle più tradizionali attività illecite: dalla più antica costituita dalle estorsioni, alla più remunerativa, il traffico di droga, per finire alla più recente, le scommesse clandestine”, con il perdurare del lockdown hanno cercato di radicarsi ancora meglio nel territorio, soprattutto laddove fatica ad arrivare lo Stato, proponendo protezione, aiuti economici (a imprese e privati) e lavoro.

Il rapporto, ricco di note e citazioni, riporta le parole di alcuni prefetti che parlano tranquillamente di welfare mafioso, come ha fatto l’ex Prefetto di Trieste Annapaola Porzio, ora Commissario straordinario per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura, che nella Relazione annuale 2020 presentata il 29 settembre 2020 ha affermato che quello che è accaduto dallo scorso mese di marzo “ci impone di richiamare l’attenzione di tutti sull’espansione del cosiddetto ‘welfare mafioso di prossimità’, ovvero quel sostegno attivo alle famiglie degli esercenti attività commerciali e imprenditoriali in difficoltà o in crisi di liquidità”. Un concetto, quello di “welfare mafioso”, che ha ripreso spesso anche il Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri: “Le mafie sono presenti dove ci sono i bisogni della gente – ha detto nel corso di una intervista citata dal Rapporto. Tutto si è bloccato nelle aree del Sud dove c’è più lavoro nero, da generazioni ci sono famiglie che guadagnano in media 30 euro e con il lockdown non hanno guadagnato neppure quelli”.

Un tema ricorrente, quello delle difficoltà economiche di tante aziende, citato spesso nelle scorse settimane anche relativamente al settore del gioco. Aziende completamente chiuse e lavoratori fermi da mesi, che peraltro si scontrano con l’ostracismo di molte banche quando provano a chiedere un prestito. “L’analisi dell’andamento della delittuosità riferita al periodo del lockdown ha mostrato che le organizzazioni mafiose si sono mosse con una strategia tesa a consolidare il controllo del territorio, ritenuto elemento fondamentale per la loro stessa sopravvivenza e condizione imprescindibile per qualsiasi strategia criminale di accumulo di ricchezza. Controllo del territorio e disponibilità di liquidità che potrebbero rivelarsi finalizzati ad incrementare il consenso sociale anche attraverso forme di assistenzialismo a privati e imprese in difficoltà. Si prospetta di conseguenza il rischio che le attività imprenditoriali medio-piccole (ossia quel reticolo sociale e commerciale su cui si regge principalmente l’economia del sistema nazionale) vengano fagocitate nel medio tempo dalla criminalità, diventando strumento per riciclare e reimpiegare capitali illeciti”. Ciò basta a far capire perché il settore del gioco sia uno dei più a rischio. 

Illuminante il seguente passaggio: “I piccoli imprenditori chiudono per decreto e iniziano ad accumulare debiti, non pagando i fornitori, il personale dipendente o l’affitto commerciale. Per questi i ‘prestiti’ delle mafie, accompagnati magari dalla richiesta più o meno esplicita di subentrare nella gestione dell’azienda, possono essere l’unica ancora di salvezza per non cessare l’attività... E i prestiti, come evidenziato dal Prefetto di Bari, dr.ssa Antonia Bellomo, vengono praticati anche “per piccole somme di denaro”. E ancora “...la volontà di impadronirsi delle attività del territorio o di addomesticarle ai propri desiderata, attraverso l’intimidazione, l’imposizione di prodotti o la cogestione, è emersa nel settore del commercio di prodotti agro-alimentari, nell’ambito del mercato ortofrutticolo, nella torrefazione e nella vendita del caffè, nelle agenzie di scommesse e gioco d’azzardo, nelle attività collegate ai cantieri navali”.

Il nesso con il settore del gioco, peraltro, si è inserito perfettamente negli affari delle cosche favorito dall’evoluzione tecnologica della criminalità e dal fatto che “assicura ingenti ricavi e permette di riciclare il denaro, a fronte di un rischio criminale contenuto. Allocando all’estero le piattaforme di gioco gli imprenditori eludono la stringente normativa italiana in materia fiscale ed antimafia. Al riguardo, si precisa come molte indagini abbiano evidenziato un’anomala concentrazione di operatori del genere e di server in paesi off-shore generalmente a fiscalità privilegiata. Il predetto settore transnazionale illecito e l’utilizzo delle criptovalute (segnatamente il Bitcoin) impongono strategie di contrasto che non possono prescindere dal monitoraggio delle operazioni finanziarie e dei trasferimenti di denaro”.

Il settore è così ricco e nel contempo intrigante per la criminalità, che le varie organizzazioni non si pongono alcun problema a condividere il know-how e a spartirsi interi territori. “Proprio l’esercizio di un condiviso know-how nello specifico settore dei giochi illeciti – si legge ad esempio in un altro passo della relazione –, ha portato le organizzazioni criminali più attive nel territorio di Bari ad attuare strategie di interazione criminale anche con la ‘ndrangheta e la mafia siciliana. È emerso, così, che le organizzazioni mafiose si suddividevano il territorio in zone di influenza ove attuavano affari illeciti tali da attrarre nelle loro casse milioni di euro in seguito riciclati attraverso complesse triangolazioni societarie e bancarie”. Un fenomeno legato a quello che il rapporto definisce “di ‘emigrazione criminale’ che consegue alla volontà di ampliare la rete relazionale e l’area di influenza”.

Nel settore del gioco entrano con la gestione e l’imposizione di apparecchi da gioco di genere vietato, con il fine ultimo che è quasi sempre quello di riciclare facilmente denaro. Una virata strategica decisa, quella della criminalità su questo settore, che secondo il rapporto è una chiara conseguenza della pandemia “tenuto conto che l’emergenza sanitaria e il conseguente lockdown incidono sui profitti derivanti dalle principali attività illecite (in primo luogo sulle estorsioni) e sulle conseguenti strategie operative”.

Alla già citata evoluzione tecnologica si somma la globalizzazione, fenomeni “che forniscono grandi opportunità di ‘lavaggio dei capitali illeciti" e di ulteriore arricchimento, derivanti da un’offerta di scommesse illegali proposte tramite il web, strumento che garantisce anonimato e una difficile tracciabilità dei flussi di denaro”. Emblematico il caso della Colombia, fra i principali produttori di cocaina e, parallelamente, un Paese che garantisce “un complesso sistema di riciclaggio attraverso transazioni immobiliari e operazioni effettuate nei casinò o mediante l’utilizzo delle criptovalute”, al quale si associa la situazione maltese, con “le procedure semplificate previste dal diritto societario dello Stato di Malta” che  “hanno indirettamente originato opportunità per le mafie italiane di riciclare ingenti capitali. Ciò è avvenuto, negli ultimi anni, e segnatamente nel settore del gioco d’azzardo e delle scommesse”.

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