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Il sistema scricchiola, il settore vacilla e il governo nicchia

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Mentre gli Enti locali e l'industria aspettano un intervento sui giochi, il governo studia invece un aumento delle tasse, andando così in direzione opposta.

 

Quando si parla di gioco pubblico, su una cosa sembrano essere tutti d'accordo: l'aumento delle tasse. Del resto, diciamola tutta, il principio appare più che condivisibile, a livello del tutto generale: di fronte alle difficoltà economiche a cui deve far fronte il paese e al rischio di dover aumentare Iva, accise sul carburante e quant'altro, o a quello di andare a sforbiciare su sanità e servizi ai cittadini, molto meglio rifarsi su un bene futile e, quindi, non irrinunciabile. Pure eticamente discutibile, per giunta. Tanto più se si pensa che questa attività è anche causa di dipendenza patologica e, quindi, assolutamente da combattere e arginare ponendo un freno alla propensione dei cittadini.

Da qui l'idea, generalmente condivisa, che l'aumento delle tasse possa rappresentare un utile deterrente visto che, se con l'aumento della tassazione alcuni operatori dovessero essere scoraggiati nel proseguire la loro attività nel settore, rinunciando ad offrire gioco, tanto meglio per tutti. Ecco quindi che di fronte alla richiesta di una manovra integrativa da parte dell'Unione europea, per un importo di circa 3,5 miliardi di euro, appare inevitabile un ulteriore ricorso ai giochi. Peccato però che un'interpretazione di questo tipo, per quanto particolarmente in voga e da tempo assai diffusa, risulti piuttosto superficiale, rivelandosi un pericoloso sillogismo. Senza dover trattare necessariamente i risvolti in termini occupazionali, visto che le aziende che rinunciano a lavorare in un settore rinunceranno anche ai loro dipendenti, se non chiuderanno definitivamente baracca (ma anche qui c'è chi la metterebbe in chiave etica, mettendo sulla bilancia interessi sociali con quelli imprenditoriali, sia pure mal ponendo il problema), basterebbe soffermarsi sui risvolti politici di una soluzione di questo tipo, prima ancora di quelli economici. Pensando dunque alla cosiddetta 'Questione territoriale': ovvero al conflitto, sempre più accesso, tra lo Stato e gli Enti locali proprio sulla regolamentazione del gioco pubblico e la sua distribuzione sul territorio. Gli enti, come noto, chiedono da tempo e a gran voce un intervento concreto da parte del Legislatore che riduca la presenza del gioco nella Penisola, proponendo delle norme diverse da quelle (teoricamente) imposte dalla Stato a livello centrale. Una richiesta (teoricamente, anche qui) accolta dal governo che nella sua precedente formazione aveva avviato un confronto specifico su questo tema, affidandolo alla Conferenza Unificata, che se ne sta occupando ormai da un anno. Senza ancora giungere a una soluzione definitiva. Ed è proprio questo il punto: come poter proporre una riduzione del gioco e, soprattutto, una rinuncia delle entrate che provengono da questo settore, anche solo in minima parte, se poi si punta proprio su questo settore per risanare i conti pubblici? Con tanto di impegno assunto di fronte all'Unione europea, come risulterebbe nel caso in cui il governa decida veramente di ricorrere di nuovo ai giochi nella manovra correttiva. Come abbiamo più volte evidenziato su queste pagine, va da sé che l'impegno del governo rispetto a una riduzione del gioco diventerebbe assai meno credibile in questo caso. Come pure verrebbe vanificata la “battaglia” condotta dagli enti locali rispetto a quello stesso (presunto) obiettivo. Ma allora non sarebbe più logico e proficuo arrivare a una vera sintesi all'interno della Conferenza unificata, in modo da rispondere a tutte le esigenze di cui si vorrebbe, o comunque dovrebbe, tenere conto? Se il governo eseguisse un taglio del numero di apparecchi in circolazione, accompagnato da una riorganizzazione dei locali pubblici che li ospitano al loro interno, insieme ad una serie di ulteriori paletti come quelli proposti dall'Esecutivo al tavolo di lavoro con regioni e comuni, lo scenario potrebbe apparire molto diverso e senza dubbio molto più credibile, in termini di politiche economiche e sociali. Anche se questo vorrebbe dire andare a cercare da altre parti le risorse per tappare i buchi svelati dall'Europa. Compito tutt'altro che facile, non c'è dubbio, ma comunque necessario. E dovrebbero essere gli stessi enti locali a chiederlo. Tenendo anche conto che una soluzione in sede di Conferenza unificata, giunti alla situazione in cui ci troviamo oggi, converrebbe anche ad essi. I problemi sui territori in cui sono state introdotte norme restrittive sui giochi sono iniziati ad esplodere e oltre al dilagare delle forme di gioco illegali sul territorio (tema tutt'altro che banale e destinato ad enfatizzarsi ulteriormente nei prossimi mesi), iniziano ad arrivare anche pronunce censorie da parte dei tribunali amministrativi che evidenziano perplessità rispetto a tali norme, evidenziandone l'effetto espulsivo nei confronti del gioco legale. Come evidenziato dal legale Geronimo Cardia, esperto in materia, alla luce delle recenti pronunce del Consiglio di Stato prima su Bolzano, e del Tar Veneto successivamente, è evidente come "nessuna delle misure proposte a livello locale risulta idonea a risolvere i problemi posti, quali la tutela della salute, dell'ordine pubblico o delle fasce di popolazioni deboli". Sarà quindi opportuno intervenire presto, e in maniera concreta, rispetto a questa situazione che ci stiamo trascinando dietro ormai da anni: prima che la situazione degeneri, arrivando al punto in cui ci si dovrà fare i conti con il palesarsi di un danno erariale causato da restrizioni mal poste sul territorio (di cui si inizia a sentir parlare anche in ambito parlamentare, come si evincerebbe dalle parole del viceministro all'economia, Luigi Casero), o con il ritorno dell'offerta illegale, in mano alla criminalità, a rimpiazzo dell'offerta di Stato.
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