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Giochi e status quo: cui prodest?

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Il riordino dei giochi non è ancora arrivato, per uno stallo politico che dura ormai da oltre quattro anni: ma che non giova a nessuno.

Ebbene no, non siamo diventanti fanatici o fondamentalisti della lingua latina. Ma nella ricerca di un titolo che potesse racchiudere in poche parole la situazione - decisamente anomala - in cui si trova il gioco pubblico, ci viene incontro ancora una volta la lingua antica. Rendendo al meglio lo scenario completamente contraddittorio che si registra attorno al settore: anomalo sì, ma fino a un certo punto, rivelando un malcostume (politico) squisitamente italiano.
Nonostante la settimana corrente registra una nuova riunione della Conferenza Unificata dedicata al riordino del gioco pubblico, dopo qualche settimana di totale stallo dei lavori, l'accordo tra governo ed enti locali sembra ancora lontano.

In ogni caso, non si può fare a meno di notare come il processo di riordino e di riorganizzazione dell'offerta, introdotto per la prima volta con il cosiddetto Decreto Balduzzi, si sarebbe dovuto definire, legge alla mano, entro il 30 aprile del 2013. Ovvero, ben quattro anni fa. Mentre si sono spesi diversi mesi e girati vari calendari, a discutere del perché e del come, ma senza arrivare a una sintesi. Quando tutto intorno la situazione precipita. E ciò non vale soltanto per l'industria (che comunque ne fa le spese maggiori), ma per tutti i soggetti chiamati in causa dalla "materia" giochi. Come gli stessi Comuni o le Regioni che, in assenza di una governance centrale del comparto (peraltro stabilita dal Legislatore, attraverso la Riserva di Stato), si ritrovano molto spesso a vacillare, vedendo saltare, molto spesso, le proprie norme di fronte ai tribunali perché ritenute improprie, sproporzionate o mal formulate. O finendo con l'essere sospese dallo stesso ente che le aveva concepite (si veda il caso Liguria), per l'evidente inefficacia dal punto di vista preventivo e l'assoluta concretezza, al contrario, nello sterminio di imprese sane che svolgono, fino a prova contraria, un mestiere come tanti altri. Anzi, a dirla tutta, anche più autorevole di altre industrie, almeno a livello teorico, visto che la raccolta delle giocate viene svolta da tali aziende in nome e per conto dello Stato. Ma questa è un'altra storia. Il problema centrale, invece, continua ad essere la gestione del gioco da parte dello Stato. Sempre più assurda, incoerente e pericolosa. Neanche più miope, come la definivamo un tempo, essendo ormai vittima di una palese cecità legislativa. Se la fase di stallo che determina il mantenimento dello status quo rappresenta un evidente disagio per tutti, come spiegato poc'anzi, a far precipitare definitivamente la situazione – insieme alla credibilità dell'Esecutivo di fronte ad ogni possibile trattativa con gli enti – è l'annuncio di voler inasprire ulteriormente la tassazione sui singoli giochi per far fronte alle richieste economiche provenienti dalla Commissione Europa. Un vero e proprio azzardo, che abbiamo già descritto la scorsa settimana, e un rischio immenso per il nostro paese, che risulta impossibile da condividere, per chiunque. Nonostante il principio generale di alzare le tasse per un'attività ritenuta dannosa per i cittadini risulti lodevole per tutti gli antagonisti del gioco, è comunque evidente che la manovra proposta dal governo a Bruxelles si traduce, in concreto, con il mettere a bilancio per i prossimi anni (e ancora una volta) i proventi che scaturiranno dall'offerta di gioco, che non potranno pertanto diminuire. Pena un'ulteriore correzione dei conti successiva, se non addirittura l'immediato passaggio all'apertura di una procedura di infrazione che proprio questa manovra aggiuntiva va a scongiurare. Tutto questo in barba all'annunciata (da ben quattro anni e altrettanti governi) riduzione dell'offerta, che viene promessa ancora oggi agli enti locali. Con l'ulteriore aggravio che, questa volta, non ci sarebbero neppure i margini per inasprire la tassazione, come è stato messo nero su bianco dall'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, e non solo dall'industria, oltre ad essere stato sconsigliato apertamente anche dalla Corte dei Conti.
Arrivati a questo punto, quindi, si potrebbe assistere a uno scenario, forse ancora più paradossale, in cui a chiedere (esigere?) una soluzione dell'eterno conflitto sul gioco pubblico, attraverso un intervento di riordino e una decisione definitiva da parte dell'Esecutivo, siano gli stessi enti locali. Anche quelli dichiaratamente ostili alla materia - che preferendo la scomparsa totale del settore invece di una regolamentazione, hanno respinto al mittente ogni proposta di mediazione – i quali non dovrebbero poter consentire di fare nuovamente cassa sui giochi. Tanto più di fronte all'evidente incertezza di tali entrate, che si tradurrebbe in una mancanza di garanzie a tutti i livelli. Per questo ci chiedevamo, nel titolo, a chi potesse convenire una tale situazione di stallo e di mantenimento dello status quo: non al settore, né agli enti locali, ma neppure al governo e, quindi, allo Stato più in generale. Perché se salta il sistema, insieme ad esso è il banco a saltare. E a quel punto non ci sarà più nulla da riordinare, ma tutto da rifare. Mala tempora currunt, scriveva Cicerone tanti secoli fa. Ma purtroppo la storia è ciclica. E ancora oggi non insegna, a quanto pare.
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