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Riordino giochi verso l’intesa, ma non chiamatela riforma

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Il governo ha pre-annunciato l’intesa definitiva con gli enti locali per il piano di riordino del gioco pubblico, che appare però parziale, incompleto e, forse, neanche risolutivo.

Quell’accordo s’ha da fare. Presto e in via definitiva. E’ quanto sembra aver deciso il governo, dopo due anni di trattative con gli Enti locali in Conferenza unificata, sul piano di riordino del gioco pubblico che, a quanto pare, dovrebbe essere raggiunto nella prossima riunione dell’organismo fissata al 7 settembre. Alla ripresa dei lavori istituzionali dopo la pausa estiva e giusto in tempo per l’avvio della discussione in Parlamento della Legge di Bilancio – come spiegato dal sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta – in modo da poter scrivere la parola “fine” sulla materia entro il termine della Legislatura. Ma nonostante la presunta buona notizia, che tutti, dentro e fuori l’industria, attendevano da tempo, la soluzione proposta dal governo sembra proprio dover scontentare chiunque, o quasi. A giudicare dalle polemiche, senz'altro immancabili quando si parla di giochi, nel nostro paese.

Che la questione sia da risolvere, e pure con urgenza, è ormai chiaro a tutti. E, forse, anche per questo sembra esserci una convergenza possibile tra governo centrale ed enti, dopo le ripetute levate di scudi dei mesi scorsi. Sta di fatto però che la proposta redatta dall’Esecutivo e presentata in occasione dell’ultima riunione della Conferenza, appare decisamente parziale, incompleta e, secondo molti, addirittura peggiorativa. Con il rischio di non risolvere nessuno dei problemi che si proponeva di affrontare e di compromettere l’attività di una larga parte delle imprese del settore. Soprattutto quelle degli apparecchi da intrattenimento: unico settore affrontato dalla proposta governativa. Quello che è certo, spulciando il documento, è che l’iniziativa legislativa non può certo definirsi una riforma degna di tale nome, come si poteva auspicare fino a qualche tempo fa. Ma non può nemmeno considerarsi un “riordino generale del comparto”, come era stato decantato nei mesi scorsi, evitando accuratamente di affrontare altri temi e segmenti del gioco al di fuori delle slot machine, come del resto ammesso anche dallo stesso sottosegretario. Rimandando al domani ulteriori e presunti interventi su temi di carattere più generale che dovranno essere valutati dai prossimi governi e, quindi, chissà quando trattati. 
Del resto, la politica è arte, diceva Cavour, e il suo principale strumento quello del compromesso e della mediazione. In questo senso, dunque, appare inevitabile la scelta del governo di arrivare a un accordo, anche cedendo su alcuni punti che prima sembravano inamovibili. Si pensi per esempio all’autonomia concessa agli enti locali sugli orari di funzionamento delle slot: non che l’Esecutivo avesse in mente un diktat mirato a sovvertire il principio di Sussidiarietà come maldestramente ipotizzati da alcuni nello stigmatizzare la partita in corso in Conferenza unificata, con il fine esplicito, al contrario, di arrivare a una disciplina incline alle esigenze manifestate dai territori. Ma si deve comunque ricordare che alla base della trattativa c’era la necessità di ripristinare la sovranità dello Stato centrale nella disciplina del gioco, sancita dalla Riserva di Legge in vigore da diversi anni e ribadita anche dal Parlamento con la recente Legge Delega da cui hanno avuto origine, sia pure in maniera indiretta, anche i lavori della stessa Conferenza. Fermo restando che quello stesso atto parlava anche della necessità di rivedere l’organizzazione dell’intero settore e non di un solo segmento, ma tant’è.
In un modo o nell’altro, si dirà, bisognava pur chiudere la pratica. Soprattutto in vista dell’ormai imminente fine della legislatura. Rimangono però troppi punti interrogativi sul futuro che dovranno necessariamente trovare risposta. E non solo sul futuro delle imprese che operano in un settore che viene significativamente ristretto, ma anche sulle questioni tecniche, politiche e sociali della nuova strategia governativa. La sensazione diffusa è che la riorganizzazione della distribuzione delle slot sul territorio porterà, nella migliore delle ipotesi (senza contare, cioè, il rischio del ritorno dell’offerta illegale, che sta già avvenendo in vari territori), a una migrazione dei giocatori verso le vlt: le quali offrono possibilità di vincita e di spesa decisamente superiori rispetto agli apparecchi “da bar”, che non verranno certo alterate dalla mera restrizione del taglio di banconote accettate dalle macchine, come previsto nel testo del governo. Senza contare, poi, che la proposta fa affidamento su un'imminente introduzione di slot machine di nuova generazione (le famigerate apparecchiature con tecnologia da remoto), di cui la Legge di Stabilità per il 2016 ha previsto l’introduzione a partire dal prossimo anno, ma che ad oggi sembra impossibile anche soltanto pensare una tempistica di questo tipo, tenendo conto che ancora non si conoscono le linee guida per la produzione e l’omologazione di tali macchine.
Per tutte queste ragioni, dunque, il finale di partita del "Riordino dei giochi" appare un atto incompleto, e pure mal posto. E ben lontano dal poter essere considerato il compimento di una riforma. Pur continuando ad essere indispensabile ed urgente il raggiungimento di una soluzione, per tutti. Ma la cura non può essere peggiore della malattia, altrimenti è il medico a non essere all’altezza. 
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