Dopo le liste, le promesse: ma non veniteci a parlare di riordino

Mentre la campagna elettorale si prepare ad entrare nel vivo, iniziano a scorgersi le prime promesse di riforma del gioco pubblico: ma serve maggiore responsabilità, da tutti.
Scritto da Alessio Crisantemi

Dopo le liste, le promesse: ma non veniteci a parlare di riordino

 

Prepariamoci. Ancora qualche giorno prima di essere inondati di promesse di riforma, riordino e soluzione di tutti i problemi, (anche) per il settore del gioco pubblico. La campagna elettorale non è ancora entrata nel vivo, trovandoci nel rush finale per le liste, anche se i partiti – già da tempo – stanno guardando alle singole platee di elettori per affinare le strategie da attuare, con l’obiettivo di catturare il consenso della più ampia frangia di popolazione possibile. Andando a stilare delle improbabili “liste dei desiderata” dei cittadini e scegliendo i temi da cavalcare, a suon di promesse, per catturare la maggiore audience possibile. Per quanto triste possa apparire, a questo si è ormai ridotta la politica. Che non sembra più avere timori di sorta nel fare promesse di ogni tipo, comprese quelle più irrealizzabili. E anche se nessuno ne parla apertamente, soprattutto adesso, con il progressivo avvicinarsi della scadenza del 25 settembre, quando gli italiani saranno chiamati alle urne, il “segreto” che c’era dietro all’ampio consenso – pure trasversale – dietro al governo guidato dal premier Mario Draghi, era proprio quello della sobrietà. Della chiarezza e della concretezza. Senza aver bisogno di catturare consensi e, quindi, di fare proclami o promesse, ma preoccupandosi soltanto di attuare piani e ricercare soluzioni. Sbagliando anche, per carità, come sempre avviene. Ma non è di questo che stiamo parlando: non si tratta di un eologio né di un giudizio di alcun tipo sull’operato di Draghi e del suo esecutivo. Al contrario, semmai, l’unico giudizio che si potrebbe ricavare da queste riflessioni di fine estate, è nei confronti della politica e dell’attuale classe dirigente più in generale. E non sarebbe affatto glorioso. Sì, perché se Draghi in larga parte “funzionava”, era proprio perché risultava essere slegato a qualunque partito o movimento, e pure a qualunque logica di partito. Certificando così quell’ormai totale disinnamoramento degli italiani nei confronti della politica e l’immensa mancanza di fiducia nei partiti, che rendeva il “super tecnico” Draghi ideale, proprio perchè “non politico”, nel senso evidentemente di personaggio “a-partitico”. Una situazione che era già emersa chiaramente al termine della precedente legislatura e che aveva portato, non a caso, al successo di un Movimento anti-sistema come il 5 Stelle, salvo poi essere assorbito completamente dal sistema, fino ad arrivare alla realtà di oggi che tutti conosciamo, in seguito alle varie scissioni. Andando così a ridurre ancor più ai minimi termini la fiducia degli italiani nelle urne, dopo che aveva raggiunto già i suoi limiti storici. E ora la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente, soprattutto in seguito alla modalità con cui si è arrivati al voto: nella più totale mancanza di responsabilità da parte dei partiti, che ancora una volta hanno fatto prevalere gli interessi di bottega su quelli del paese.
Il (triste) risultato, è sotto gli occhi di tutti. Con il 30 percento degli italiani che – come riportato da Antonio Noto, direttore di Noto sondaggi, su IlSole24Ore – ha deciso di votare ma non sa per chi. Aleggia quindi sulla campagna elettorale la possibilità di un forte astensionismo, indotto soprattutto da dibattiti tenuti nel periodo estivo, con i cittadini distratti dalle vacanze. Ma quel che i sondaggisti rilevano è proprio l’indecisione dell’elettorato, ed è proprio da qui, probabilmente, che dipenderanno le sorti del voto del 25 settembre.
Ecco perché più o meno tutte le forze politiche stanno cercando di occupare il maggiore spazio possibile attraverso una serie di promesse che vertono per lo più – fino ad ora – sulla previdenza (pensioni e leggi Fornero), sull’assistenza (modifica a reddito di cittadinanza e assegni familiari) o sull’economia delle imprese (tra super bonus, flat tax e chi più ne ha più ne metta). Ma non è certo un caso, visto che – come rileva lo stesso quotidiano economico – il bacino di riferimento attorno a questi tre temi è stimato attorno agli 8 milioni di elettori. Anche se le promesse che si stanno rincorrendo appaiono palesemente prive di coperture, essendo tutte legate a un inevitabile e insostenibile appesantimento della spesa pubblica. Che sarebbe perlatro destinato ad aggiungersi all’attesa impennata, dovuta soprattutto alla corsa dell’inflazione, del 7 percento della spesa pensionistica (pari a circa 24 miliardi), indicata per il 2023 nelle ultime previsioni di finanza pubblica. Eppure, nonostante tutto ciò, la politica continua a dare il suo cattivo esempio (basti pensare che, tra le mille promesse, nessuna sembra parlare di Pnrr, pur essendo proprio questo l’unica ancora di salvezza per l’intero paese), in vista delle elezioni. Promettendo laqualunque.
Per questo non ci sarà da stupirsi quando, nei prossimi giorni, inizieremo a sentire arrivare le varie promesse riferite all’industria del gioco. Annunci di riforme (come quelle promesse e mai realizzate dagli ultimi 5 governi), proposte di ritocchi e soluzioni facili, per risolvere tutti i problemi. Anche se nel frattempo, sempre a causa dell’irresponsabilità della politica, la situazione sta precipitando, nel settore, e la mancata riforma che tutti aspettavano, attraverso la legge delega, presenta un altro conto decisamente salato per gli addetti ai lavori. Proprio nel momento in cui tutti stanno cercando di rimettere insieme i cocci dovuti alla distruzione portata dalla pandemia.
Le prime promesse, a dire il vero, sono già arrivate. Come quella, certamente illustra, dell’attuale sottosegretario all’economia, con delega ai giochi, Federico Freni: il quale, annunciato la sua candidatura alla Camera attraverso GiocoNews.it, ha espressamente evidenziato la volontà di portare avanti le istanze del settore del gioco che ha ben potuto conoscere in questi mesi, nel suo ruolo di “delegato” dal governo ai giochi. Ma prima di ogni valutazione, bisognerà attendere di conoscere la nuova maggioranza di governo, chiamata a gestire il paese nei prossimi cinque anni (ma solo in teoria). Per poi tornare a sentire – nella migliore delle ipotesi – una serie di nuove promesse governative sulle modalità di riforma del settore. Come al solito. Come da copione della più treiste delle commedie all’italiana. In questi giorni si è parlato molto, a torto o a ragione, della figura di Piero Angela, in seguito alla sua scomparsa, anche per via del suo “testamento morale” lasciato al paese, attraverso una lettera scritta di suo pugno per i posteri. Poche righe in cui il celebre divulgatore, tra le varie cose di spessore, ha definito l’Italia un paese “difficile”. Senza usare altri aggettivi o particolari declinazioni; certo non a caso. Sì, perché l’Italia è davvero una nazione in cui tutto, ahinoi, è diventato difficile: un paese in cui è difficile nascere (si guardino i dati relativi alle natalità), è difficile crescere, studiare, lavorare e aprire un’impresa, con la burocrazia che non è mai migliorata e la semplificazione normativa che è un’altra delle promesse mai mantenute da nessun esecutivo. Ma è anche un paese dove è diventato difficile fare politica, con i risultati che vediamo oggi. Solo che i politici, va detto, rispondono direttamente ai cittadini e hanno un futuro solo se gli viene concesso dal popolo. Per questo ognuno di noi dovrebbe cercare di fare la propria: per esempio chiedendo ai partiti di proporre certezze, o quanto meno, di presentare obiettivi realmente realizzabili, capaci di rendere l’Italia un paese un po’ meno difficile, e magari più accogliente, vivibile, equo e capace pure di crescere. In un paese di questo tipo, siamo certi, si riuscirebbe a parlare anche di gioco pubblico in maniera seria e sensata e senza il ricorso continuo alla demagogia, ragionando quindi di riforme e proponendo soluzioni. Un compito senz’altro difficile, ma almeno questo obiettivo potrebbero (e potremmo) promettercelo.