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Casinò pubblici, azioni e omissioni del legislatore

11 marzo 2023 - 09:38

La politica locale continua a interrogarsi sulla mancanza dei controllori comunali al Casinò Campione, intanto quella nazionale si scorda ancora una volta delle Case da gioco.

Scritto da Mauro Natta
Foto di Joakim Honkasalo su Unsplash

Foto di Joakim Honkasalo su Unsplash

Il Movimento Sociale Fiamma Tricolore, sezione di Como, esprime dure critiche sulla conduzione del Casinò di Campione d’Italia.
La buona conoscenza delle specifiche problematiche derivante da una lunga permanenza nel settore mi consente di intervenire là dove l’articolo recita “che a Campione non è stato riaperto un casinò bensì si è permesso di avviare una bisca. Infatti, caso unico in Italia, la casa da gioco campionese non ha più il servizio di controllo comunale, quello che garantiva la corretta applicazione delle regole del gioco e che certificava gli importi delle mance anche ai fini tributari”

Non desidero esprimermi sul termine “bisca” stante che il casinò è stato autorizzato da un Decreto legge, se non vado errato risalente al 1933, ma pongo la dovuta attenzione sulla natura giuridica dei proventi di gioco. Per quanto alle mance, quota gestore, non mi esprimo perché trattasi di una mia convinzione personale, per le mance, quota dipendenti tecnici di gioco, non vorrei tornare sullo specifico regime fiscale perché ne ho già scritto. 
Il Dl relativo a Campione d’Italia dava facoltà al ministro dell’Interno di autorizzare, anche in deroga alle leggi vigenti, purché senza aggravio per il bilancio dello Stato, il comune di Campione d’Italia ad adottare tutti i provvedimenti necessari per poter addivenire all’assestamento del proprio bilancio e all’esecuzione delle opere pubbliche inderogabili.  Ecco la logica conclusione con la quale attribuisco la natura giuridica delle entrate derivanti dalla casa d gioco. Che poi troviamo confermata dalla Legge n.488 del 1986 ex Dl n. 318/86. 

Un’altra convinzione che discende dalla normativa citata è quella che le entrate in parola hanno la necessità di essere controllate sia per quanto alla garanzia della regolarità del gioco sia relativamente a quella degli incassi. In altre parole l’ente pubblico proprietario della casa da gioco deve essere sicuro che tutto fila nel verso giusto. La qual cosa, a parere dello scrivente, non potrebbe riunire nella stessa persona il controllore e il controllato; il Comune e il gestore anche se la società che provvede alla gestione è a capitale pubblico e il Comune è socio unico.
Certamente la presenza dei ontrollori comunali è irrinunciabile; non è un mistero che nessun tavolo  può essere aperto o chiuso senza la presenza di un rappresentante della proprietà, che ogni fatto economico e non (cambio al 
tavolo, aggiunta ecc.) ha una identica necessità e che le mance andrebbero contate tavolo per tavolo sempre con la presenza del controllore comunale.
 

Accenno alle mance sicuramente non  per l’aspetto fiscale, come già affermato precedentemente, ma per il fatto che il raffronto tra mance e proventi di uno stesso tavolo rappresentano, a mio avviso e aggiungo che potrebbe esistere un altro mezzo che non conosco, per controllare efficacemente la regolarità del gioco e degli incassi.
Trattasi di una metodologia abbinata ad altre informazioni che giornalmente si raccolgono fondata su un elemento statistico e matematico la speranza matematica di vincere del banco; questo nei giochi di contropartita.

In buona sostanza il legislatore con la normativa citata ha inteso qualificare come vere e proprie entrate tributarie quelle derivanti dalla casa da gioco, e. come tali esenti da imposizione diretta.

Ho preso la palla al balzo per notare, unitamente a quanto scritto, che la problematica “casinò”, ancora una volta, è stata ignorata, al momento di redigere il disegno di legge delega fiscale che approderà in consiglio dei ministri la prossima settimana. Eppure insieme a quanto accennato – e si tratta di una minima parte – e come più volte mi sono permesso di ricordare, citando la Corte Costituzionale, il legislatore non si è rammentato delle case da gioco.
Purtroppo lo devo ripetere, ma se nel 1992 erano stati presentati in Parlamento disegni e progetti di legge riportanti l’ampliamento numerico, mi chiedo per quale motivo non si pensi di rimettere mano al problema che era stato affrontato ed esaminato abbastanza ampiamente.

È appena il caso di far sommessamente notare il collegamento tra turismo e case da gioco; è risaputo che ai confini del Paese i casinò sono numerosissimi e che molti italiani, anche se forse in numero meno importante di prima, si recano all’estero a giocare come turisti. La problematica occupazione nel settore specifico, diretta e dell’indotto non è affatto trascurabile ma, e questo mi pare la motivazione più rilevante e di non poco momento, discende dalla natura giuridica dei proventi che dalle case da gioco possono essere impiegati sul territorio da parte degli enti pubblici proprietari.

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