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Gap, Società italiana psichiatria: 'Puntare su registro autoesclusione'

  • Scritto da Redazione

I risultati di uno studio della Società italiana di psichiatria evidenziano che per prevenire il Gap risulterebbe più efficace puntare sul registro di autoesclusione anziché sul distanziometro.

I distanziometri e le fasce orarie introdotti in gran parte delle regioni italiane per le attività di gioco non servono a nulla per contrastare il gioco patologico.

È quanto evidenzia lo studio pilota ‘Preventive strategies in gambling disorder: a survey investigating the opinion of gamblers in the Lazio region’, coordinato dalla Società italiana di psichiatria (Sip).

Tale ricerca si basa su un questionario diffuso nelle sale da gioco, negli ambulatori, nelle strutture di ricovero e online, focalizzato sull’impatto di diverse misure legislative in soggetti che avessero giocato per almeno cinque volte nel corso dell’anno precedente (scommesse sportive, poker, giochi online o slot). Il campione – con forte prevalenza dei maschi rispetto alle donne, rapporto 4 a 1 - include 289 giocatori patologici (Pg), 259 giocatori problematici (Prg) e 385 giocatori non patologici (Npg) indicati secondo lo strumento di valutazione Sogs (South oaks gambling screen), il più conosciuto e usato per lo screening generale dei disturbi da gioco d'azzardo. I dati sono stati messi a confronto con quanto espresso, in un altro questionario online, da professionisti (psichiatri, psicologi, riabilitatori psichiatrici).

 

Fra gli autori dello studio c'è Mauro Pettorruso, psichiatra e ricercatore presso l’università Gabriele d’Annunzio di Chieti, che rimarca: “Il risultato principale dello studio riguarda le differenze nella percezione del problema, da parte dei soggetti sani e dei patologici, su quelle che sono una serie di misure di contenimento e prevenzione del gioco d’azzardo patologico”.
 
Così, il limite al numero di partite in un certo intervallo di tempo è inutile per il 61 percento dei giocatori patologici, contro il circa 40 percento dei non patologici e problematici. Quanto alle fasce orarie per l'apertura delle sale da gioco e l'utilizzo degli apparecchi, i giocatori patologici che non ritengono efficace la misura sono il 60 percento, rispetto a quasi il 50 percento degli altri due gruppi.
 
In tema di distanziometro, solo il 38 percento dei giocatori patologici lo ritiene una misura positiva, contro il 50 percento degli altri giocatori.
Per Pettoruso “il distanziometro è una misura poco efficace per la maggioranza dei giocatori patologici e per un terzo dei medici. È invece reputata più efficace dalle persone che non hanno effettiva dipendenza da gioco, e questo rischia di avere un impatto paradossale. Le persone che hanno sviluppato una problematica di dipendenza, facendo ricorso alla propria esperienza personale, sembrano dirci che per loro non è la distanza fisica a limitare l’implacabile impulso al gioco (craving) dovuto alla dipendenza”.
 
Secondo lo studioso “per contrastare il problema della dipendenza da gioco d’azzardo è più efficace istituire il registro di autoesclusione, dare informazione sui rischi del gioco d’azzardo, ma anche limitarne la pubblicità oltre a proibire l’accesso alle sale da gioco ai minori di 18 anni, particolarmente fragili”, misure che sono state apprezzate da oltre 80 percento degli intervistati.
 
Ai registri di esclusione è favorevole l’88,2 percento dei giocatori patologici intervistati: l'esempio da seguire è quello di Germania e Spagna - dove per giocare è necessario inserire la tessera sanitaria - “con risultati promettenti nel lungo termine, soprattutto se integrati con i servizi nel territorio per la salute mentale”, recita lo studio. Pettoruso ricorda che “I giocatori, quando si parla di guardare alla propria esperienza su misure per contenere l’accesso al gioco ci indirizzano ad aiutarli nel prendere e nel proteggerei una decisione di cura. Come una persona che smette di fumare: invece di spostare il tabaccaio fuori dalla città chiede di aiutarlo per fare in modo che non gli possa vendere le sigarette”.
 
Fra le ipotesi proposte dagli intervistati poi ci sono la revisione dei parametri di gioco dei dispositivi, come l'inserimento di un limite massimo agli importi di scommessa (promosso dal 67,8 percento dei giocatori patologici), l’indirizzare i soggetti a rischio verso la rete dei servizi di cura del territorio e migliorare la psicoeducazione (70-80 percento del campione).
 
“Alla luce di questi dati – conclude Pettorruso - dobbiamo considerare le problematiche di gioco, come le patologie di dipendenza, con interventi qualificati e integrati. Servirebbe una spinta per potenziare i servizi sanitari dedicati e per finanziare la ricerca di trattamenti innovativi ed efficaci per curare queste patologie dall’impatto sociale devastante".
 
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