Inprese e restrizioni al credito, l’analisi dell’Uif e della Cgia di Mestre
“Le restrizioni al credito aumentano in modo significativo il rischio di infiltrazione della criminalità organizzata nelle imprese. Utilizzando dati riservati sulle imprese italiane, si osserva che un declassamento a una situazione di rischio insolvenza riduce la disponibilità di credito di oltre il 30 percento in cinque anni e incrementa la probabilità di infiltrazione del 5 percento.”
Sono le conclusioni alle quali sono giunti Gianmarco Daniele, Marco De Simoni, Domenico J. Marchetti, Giovanna Marcolongo e Paolo Pinotti in uno studio pubblicato sui Quaderni antiriciclaggio dell'Unità di informazione finanziaria della Banca d'Italia. Conclusioni che possono far pensare anche al settore del gioco, spesso bersaglio del cosiddetto “derisking ingiustificato”, ovvero la scelta di alcune banche italiane di rifiutarsi di aprire o mantenere rapporti bancari con operatori del comparto, e quindi potenzialmente più "fragili" ed esposte.
Di derisking ingiustificato abbiamo scritto spesso, grazie ai contributi dell'avvocato Geronimo Cardia, in primis, e anche seguendo l'iter del Ddl conti correnti, approvato dalla Camera dei deputati lo scorso luglio, un testo unificato che introduce delle modifiche al Codice civile per garantire l'inclusione finanziaria e impedire la chiusura arbitraria dei rapporti bancari con saldo attivo, ma che da solo però non risolve le discriminazioni bancarie subite dalle attività di gioco in questi anni.
Tornando allo studio pubblicato dall'Uif, in esso si legge: “La dinamica osservata suggerisce che il credito legale venga sostituito con capitale di provenienza criminale: quando le banche fanno venir meno il loro sostegno finanziario alle imprese, le organizzazioni mafiose possono intervenire offrendo la liquidità necessaria. Coerentemente con questa interpretazione lo studio mostra che le imprese infiltrate riescono a sopravvivere più a lungo rispetto ad altre imprese in difficoltà non infiltrate, pur registrando simili cali del fatturato, del livello di occupazione e della redditività. Le imprese infiltrate diventano così aziende cosiddette 'zombie', che non sarebbero competitive in un mercato sano, ma che restano attive grazie a capitali illeciti. Questo fenomeno distorce i naturali meccanismi allocativi di mercato, penalizzando le imprese sane e favorendo quelle funzionali agli interessi criminali, con effetti negativi sulla concorrenza, sulla produttività e sulla fiducia nelle istituzioni. L’effetto della vulnerabilità finanziaria sul rischio di infiltrazione è più forte nelle imprese di maggiori dimensioni”.
I risultati dello studio hanno diverse implicazioni, si legge sul sito dell'Uif: “Durante i periodi di crisi economica, diviene essenziale garantire l’accesso al credito alle imprese sane ma vulnerabili, per evitare che diventino bersaglio della criminalità organizzata. È inoltre necessario rafforzare la trasparenza finanziaria e il monitoraggio dei cambi di proprietà e governance, integrando le politiche di contrasto alla criminalità economica con strumenti di analisi predittiva e di sorveglianza sistemica. In un contesto in cui le mafie mirano ad ampliare la propria influenza attraverso l’economia legale, la prevenzione dell’infiltrazione passa anche dalla capacità di sostenere le imprese in difficoltà e di intercettare tempestivamente i segnali di rischio, grazie a strumenti analitici avanzati”.
Ma, parlando di erogazione di crediti alle imprese, c'è anche un dato positivo riportato dalla Cgia di Mestre, che spesso si occupa di gioco con report dedicati come quello presentato lo scorso 16 ottobre in un evento organizzato dall'associazione Astro.
L'Ufficio studi della Cgia di Mestre evidenzia che nello “scorso mese di giugno gli istituti di credito hanno ricominciato a dare liquidità al sistema delle imprese, tornando così a rischiare assieme a loro”. A testimoniare che “si sono create le condizioni di stabilità e di fiducia che negli ultimi anni erano venute meno”, dopo una “caduta verticale degli impieghi bancari alle imprese di 28 mesi consecutivi”.
Negli ultimi quattro mesi (giugno-settembre), “i prestiti sono tornati ad aumentare e, rispetto all’inizio di quest’anno, lo stock erogato alle attività economiche è cresciuto di quasi 5,5 miliardi di euro, raggiungendo in termini complessivi la quota di 647 miliardi; ben 5,5 miliardi in più del dato riferito al 31 dicembre 2024”.
Tuttavia, “non tutte le imprese hanno beneficiato di questa ritrovata disponibilità delle banche a prestare liquidità al sistema economico. Nei primi sette mesi del 2025, infatti, alle attività con più di 20 addetti la variazione è stata positiva e pari all’1,5 per cento (+8,2 miliardi di euro), mentre alle aziende con meno di 20 addetti l’incremento è stato negativo e pari al 2,8 percento (-2,7 miliardi). Se ai più la cosa può sembrare insignificante, ricordiamo che in realtà non lo è per niente. Nel nostro Paese, infatti, le aziende con meno di 20 addetti costituiscono il 98 per cento del totale e vi trova lavoro, al netto dei dipendenti della Pubblica amministrazione, quasi il 55 per cento degli italiani.
Purtroppo da qualche anno molte banche hanno deciso di 'sacrificare' i prestiti più complicati: ovvero quelli da erogare alle piccolissime imprese che, rispetto alle realtà di dimensione maggiore, presentano costi di istruttoria relativamente più elevati e una gestione amministrativa molto più complessa. Non solo. I processi di aggregazione che hanno interessato il settore bancario negli ultimi vent’anni hanno generato molte preoccupazioni riguardo alla possibilità che gli istituti di maggiori dimensioni e con minore radicamento territoriale possano mostrare un interesse ridotto verso le piccole imprese. Tale scenario è attribuibile al fatto che le fusioni hanno provocato un’eccessiva concentrazione del rischio creditizio, determinando conseguentemente una contrazione dell’erogazione del credito”.
Un dato di fatto ben noto alle piccole e medie imprese del gioco, che costituiscono il presidio di legalità del settore sul territorio.