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Sogno di un comparto di mezza estate

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Mentre l’estate entra nel vivo con l’avvio di agosto il gioco pubblico soffre e attende le riforme.

Il governo ha deciso: la situazione in cui si trova il comparto del gioco pubblico è oggi, a tutti gli effetti, insostenibile e deve essere affrontata. Così, appena tornati dalla tradizionale pausa estiva (quest’anno pure compromessa dalla pandemia) verrà compiuta l’attesa e doverosa riforma del settore attraverso un riordino generale che permetterà di dare stabilità e definitiva sostenibilità all’intero sistema. Rendendo il gioco sicuro e appetibile per Il giocatori e al tempo stesso conveniente e profittevole sia per le imprese che per lo Stato. In grado, cioè, di generare entrate per le casse erariali ma senza opprimere né i giocatori - per i quali dovrà rimanere sempre e solo un passatempo - né tanto meno gli addetti ai lavori. E magari in grado di sostentare non solo le casse centrali, ma anche di devolvere localmente parte dei orienti della sua attività, agli enti locali e/o di finanziere direttamente settori di utilità pubblica come lo sport, la cultura, la salute e così via.

Uno scenario a dir poco ideale. Decisamente auspicabile e senza dubbio godibile.

Al punto che tutti dovrebbero poterlo desiderare. Invece, non è affatto così. Anzi, al contrario, chi lavora nel comparto e conosce bene le dinamiche che da sempre lo accompagnano, avrà già trovato assurdo quanto letto poc’anzi etichettandolo come uno scenario impossibile. Impensabile. Irrealizzabile. Non nel nostro Paese. E di fatto, tant’è.

Niente di quanto avete letto finora rappresenta la realtà, ma si deve considerare come una specie di sogno che al massimo può appartenere soltanto a chi lavora in questo particolare settore. La realtà, purtroppo, è ben diversa. E anche se lo scenario sopra descritto appare comunque del tutto verosimile, poiché tecnicamente realizzabile, sappiamo bene che non verrà mai attuato. O, almeno, non da questo governo, incapace di prendere decisioni ben più semplici e meno rivoluzionarie. Figurarsi se potrebbe mai attuare una scelta così coraggiosa e lungimirante come quella di riformare (seriamente) i giochi. Con una maggioranza palesemente instabile e in continuo stato di agitazione e una comunicazione politica basata unicamente sui proclami semplici e immediati, che di certo non lasciano spazio per questioni tecniche e complesse come quella del gioco pubblico.

Chi si prenderebbe mai la briga di spiegare perché si intende riformare il gioco pubblico, con il rischio di essere etichettati come quelli che giocano sulla pelle degli italiani? Anche se basterebbe spiegare che la stragrande maggioranza delle persone giocano in maniera sana e razionale, che i giocatori patologici sono un’eccezione e che la riforma permetterebbe anche di alzare ulteriormente le soglie di sicurezza e le barriere di accesso si giochi. Magari anche aggiungendo che, essendoci ancora oggi moltissimi benestanti e ricchi nel nostro Paese, non ci sarebbe niente di male se quelle categorie di persone decidessero di mettere in circolo i loro denari investendo in prodotti di gioco. Per far girare l’economia e alimentare le casse dello Stato, per il bene di tutti.

Eppure, la crisi dilagante e il disastro provocato dalla pandemia rappresentano una condizione unica per mettere mano a qualunque sistema economico, tanto più che a sollecitare (imporre) riforme è anche l’Europa, che attraverso il Recovery Fund chiede a ogni Stato membro di attuare cambiamenti seri e tangibili in tutti i settori. E nel Piano nazionale delle riforme predisposto dal nostro governo, si può anche trovare un piccolo riferimento anche ai giochi. Quindi, lo spazio per un intervento non manca di certo. Come pure il tempo. Ma ciò che continua a mancare, come al solito, è la volontà politica. E, forse, anche quella minima lungimiranza che permettere di capire che un sistema pienamente sostenibile renderebbe tutto meglio gestibile, comprensibile e quindi anche accettabile. Ma finché continuerà a circolare il virus più terribile del nostro tempo, cioè quello del populismo, non ci sarà mai modo, spazio e tempo di fare nessun riforma seria, di nessun tipo. Tanto più in un settore scomodo come quello dei giochi.

 

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