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La responsabilità 'non essenziale' nel nostro paese

  • Scritto da Alessio Crisantemi

L'ennesimo Dpcm prolunga la chiusura del gioco in Italia, avallato anche del Tar: ma la materia merita approfondimenti e il governo non può più sottrarsi alle sue responsabilità.

Il gioco non è un'attività essenziale. Non lo è per il governo, che fin dal primo momento della pandemia ha optato per la chiusura sine die di tutti i locali di intrattenimento, senza neppure valutare ogni altro tipo di opzione; ma non lo è neppure per l'autorità giudiziaria, con i giudici amministrativi del Tar del Lazio che hanno respinto in toto la richiesta di sospensiva avanzata dagli addetti ai lavori contro l'ennesimo Dpcm di chiusura del settore. 

A esprimere chiaramente la linea (e il giudizio) del governo rispetto al settore è stata l'avvocatura di Stato, proprio in occasione dell'udienza dei giorni scorsi presso il Tribunale capitolino, spiegando che “la sospensione dell’attività di raccolta dei giochi contenuta nei Dpcm, appare adeguata e proporzionata, anche in base al principio di precauzione, al contesto epidemiologico rilevato nel momento dell’emanazione dei Dpcm impugnati". I quali sarebbero “fondati sui principi di precauzione, proporzionalità e adeguatezza in funzione dell’interesse pubblico primario alla tutela della salute nel contesto epidemiologico in atto". Aggiungendo, peraltro, che le decisioni assunte dal governo nei confronti del settore appaiono fondate anche rispetto al “principio di precauzione”, oltre che “alle evidenze scientifiche disponibili e sui pareri resi dagli organi scientifici a ciò specificamente deputati”.

Peccato però che di tali “evidenze scientifiche” riferite al comparto giochi non ve ne sia alcuna traccia: anzi, a dire il vero, gli studi scientifici, anche a livello internazionale, individuano come ambienti ad alto rischio di contagio tante attività che sono comunque rimaste aperte oggi e nei giorni precedenti, mentre nessun rapporto sembra prendere in considerazione i locali di gioco come fonte di contagio. E in effetti, anche durante i mesi di riapertura dopo il primo lockdown, da giugno a ottobre, non si sono mai riscontrati focolai né si è mai avuto notizia di casi di contagio all'interno di queste attività. Come del resto messo già in evidenza, in tutte le sedi, dalle associazioni di categoria. Eppure, ciò è quanto è emerso dalle aule del Tar: e non è forse un caso che i giudici, pur respingendo le richieste degli operatori, non hanno in nessun modo approfondito la materia rimettendosi semplicemente alle pronunce precedenti in cui aveva già ritenuto non opportuno riaprire, in virtù del già citato principio di precauzione. Anche se, proprio in quella sede, veniva considerato ragionevole il periodo temporale di un mese di chiusura, come stabilito da un singolo Dpcm, proprio perché limitato: mentre ora i mesi consecutivi sono già diventati tre e diventeranno più di quattro tenendo conto dell'estensione delle misure al prossimo 5 marzo.

Dura Lex, sed lex: dicevano i latini. Per quanto dura possa essere la legge, è comunque legge e va rispettata. Come del resto stanno facendo da sempre gli addetti ai lavori, sia pure con notevoli e crescenti difficoltà. Ma diciamo la verità: il fatto che il gioco possa essere considerato un servizio “non essenziale”, non appare poi così assurdo. Almeno da un punto di vista logico. Un po' meno, forse, dal punto di vista morale: a meno che, come di fatto avviene, non se ne faccia una questione etica, che mal si dovrebbe conciliare con uno stato di diritto, ma tant'è. In ogni caso, tuttavia, facendo uno sforzo generale di grande onestà intellettuale, anche all'interno del comparto del gioco, si potrebbe affermare che l'idea di ritenere “non indispensabile” giocare, per un individuo, durante una pandemia, potrebbe risultare non così assurda. Sta di fatto però che la materia è assai più complessa e delicata rispetto a come viene rappresentata: e la posta in gioco talmente tanto alta, da non poter consentire una trattazione così frettolosa e limitata. In primis, perché tali attività sono essenziali eccome – se non, addirittura, vitali – per tutte quelle centinaia di migliaia di lavoratori che dal gioco traggono sostentamento, rappresentando il loro pane quotidiano. Senza contare il fatto che, anche per tutto il resto della popolazione, lo stesso settore rappresenta comunque, seppure indirettamente, una forma di sostentamento, visto che ogni anno contribuisce in maniera diretta all'Erario con oltre 10 miliardi di euro, a cui si aggiungono tutti i proventi provenienti dovuti alle altre imposte. 

Tuttavia, ciò che stona di più di fronte all'interruzione totale dei servizi di gioco, è proprio la rispondenza ai già evocati princìpi di proporzionalità, adeguatezza e ragionevolezza delle norme, nonché dello stesso principio di precauzione, dal momento in cui il governo, per tutte le altre attività, ha previsto e applicato restrizioni di carattere territoriale e/o limitazioni orarie. Mentre per il gioco ha previsto la serrata totale, indistintamente su tutto il territorio nazionale, e senza alcuna distinzione tra le diverse tipologie di gioco: quando una puntata alla slot appare ben diversa rispetto alla validazione di una scommessa. Com'è possibile, dunque, che non si possa neppure decidere di autorizzare la giocata in un'agenzia di scommesse, magari di mille metri quadrati o più, facendo entrare un cliente alla volta all'interno di una sala? E perché – continuano a chiedersi gli addetti ai lavori – si può fare la fila davanti ai negozi di qualunque tipo e non si può giocare una scommessa? Ciò che appare evidente, dunque, di fronte a questo tipo di scelta, è (ancora una volta) la rinuncia alla gestione della complessità, in un eccesso di semplificazione che porta a chiudere tutto, invece di regolamentare, disciplinare, amministrare. Coerentemente, del resto, con quanto è stato fatto negli anni dagli enti locali nei confronti dello stesso settore, nell'annosa Questione territoriale, di cui oggi si sente ancor più il peso, politico e non soltanto economico e occupazionale.

Per tutte queste ragioni, dunque, come hanno provato a spiegare alcuni legali durante il contenzioso al Tar, la decisione assunta il 3 novembre 2020, poi reiterata il 3 dicembre e poi, di nuovo, il 16 gennaio, “non riposava e non riposa su una meditata valutazione di evidenze e considerazioni tecnico-scientifiche, ma su giudizi aprioristici di disvalore, come tali affetti da un chiaro sviamento". Visto che neppure il principio di precauzione sembra poter reggere, non essendo stata condotta alcuna valutazione dei rischi, di fronte alla riapertura delle sale da gioco. Infine, anche volendosi accontentare del solo principio logico e morale, per giustificare le chiusure, la domanda che sorge spontanea è: su quali basi può lo Stato dichiarare superfluo il gioco e, al tempo stesso, ritenere “indispensabili” altri servizi potenzialmente futili, come i centri estetici, i parrucchieri o tanti altri? Fino a prova contraria, anche andare al ristorante – come è consentito, all'interno di determinate zone e in specifici orari – potrebbe essere un mero svago, quindi anche ritenuto evitabile. E allora, o si chiude tutto, a supporto dell'invocata “precauzione”, oppure si limita, in zone e orari, un po' tutto, regolamentando in maniera completa e – soprattutto – responsabile: perché se fino ad oggi abbiamo sentito più volte denunciare l'irresponsabilità di tanti cittadini – spesso a ragione – è arrivato il momento di parlare anche di responsabilità del Legislatore, che troppo spesso sembra vacillare. 

E se qualcuno volesse far prevalere le considerazioni etiche e morali a qualunque aspetto regolamentare, bisognerà ricordare che le chiusure generalizzate dei locali di gioco riguardano anche le sale che offrono giochi di puro intrattenimento, cioè che nulla hanno a che fare con il “vizio” o con l'azzardo: oltre a ricordare, peraltro, che se si ritiene giusto sospendere attività ritenute “a rischio” dipendenza, allora sarà il caso di intervenire anche sulla vendita di alcolici, tabacchi e così via. Mentre a nessuno è mai venuto in mente, in questi mesi di pandemia, di limitare la somministrazione o la vendita di alcol nei supermercati, come pure tra le attività rimaste aperte senza alcun tipo di restrizione ci sono sempre stati i tabaccai. 

Tutto ciò premesso e considerato, tuttavia, vogliamo qui fare un'ulteriore considerazione generale, anche sulla base di una valutazione esterna e generale, anche al di fuori del caso italiano, visto che in tutti i paesi sono stati ormai fermati i giochi: è evidente a tutti che, in una situazione di emergenza, a qualcosa bisogna per forza rinunciare. Il che significa, dunque, che qualcuno (e qualcosa) deve per forza essere chiuso: ma se ciò avviene, chi subisce la decisione deve necessariamente e adeguatamente ristorato. Ed è questo il punto più critico, nel nostro paese. Perché se gli addetti ai lavori chiedono di riaprire, non è perché si annoiano o perché non hanno altro da fare, ma perché vogliono scongiurare la morte definitiva delle loro imprese e il licenziamento dei dipendenti, una volta che sarà scaduta la moratoria di Stato. Cosa che non avviene in tutti quei paesi in cui i fondi destinati dai governi permettono un minimo ma concreto sostentamento alle attività: mentre in Italia i provvedimenti di ristoro non includono neppure l'intera filiera, oltre ad essere del tutto insufficienti per chi li sta già ricevendo. Con il governo che non ha neppure sospeso in maniera automatica i versamenti e i rincari del prelievo erariale, dopo oltre sei mesi di interruzione dei lavori.

Se c'è qualcuno, dunque, che dovrebbe smettere di giocare è dunque il governo: e la politica, più in generale, che in questo clima di totale sfacelo e di enorme incertezza, ha dato vita a un'ulteriore crisi nella crisi, che potrebbe addirittura portare alle elezioni anticipate, nel pieno di una pandemia. Cosa a cui nessuno avrebbe mai potuto pensare, fino a qualche tempo fa. Alla faccia della responsabilità.

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