Basta giocare, dopo un anno di lockdown e discriminazioni

Mentre si celebra la festa della donna, va in scena un'altra terribile discriminazione nei confronti dei lavoratori del gioco, di qualunque sesso: a un anno dal primo lockdown.
Scritto da Alessio Crisantemi

Basta giocare, dopo un anno di lockdown e discriminazioni

L’8 marzo non è soltanto la festa della donna. Non quest’anno, quando la ricorrenza coincide con un altro anniversario, il quale però si rivela assolutamente da non celebrare e che tante imprese e lavoratori vorrebbero anzi dimenticare presto. In questo stesso giorno, un anno fa, venivano imposte le nuove (all’epoca) misure straordinarie per il contenimento del coronavirus, che sancivano la serrata totale di moltissime attività, economiche e produttive. Anche se, per il gioco pubblico, il temibile lockdown era scattato già qualche giorno prima: anticipando quella disparità di trattamento che si sarebbe poi ulteriormente amplificata, nei mesi successivi, fino ad arrivare all’esasperazione di questi giorni, in cui è esplosa, trasformandosi in una vera e proprio discriminazione che ha raggiunto la massima espressione nel caso della Sardegna, dove nonostante il passaggio allo status di “zona bianca” sono state riaperte praticamente tutte le attività, al di fuori di quelle di gioco. Per un danno ulteriore, e una ripetuta beffa, che lo ha reso ancor più grave. Non è forse un caso, dunque, se la festa della donna – da sempre megafono della perpetrata discriminazione subita nel tempo dal gentil sesso – quest’anno sembra assumere un ruolo diverso, soprattutto tra gli addetti ai lavori del comparto giochi. Non soltanto perché, come dimostrato, conoscono bene anch’essi la discriminazione, già da prima di imbattersi contro il lockdown: ma anche per via del ruolo che le donne hanno finito col ricoprire durante la battaglia degli ultimi mesi condotta dai lavoratori del gioco per rivendicare la propria dignità e i propri diritti, chiedendo al governo di intervenire con ristori adeguati e con la riapertura (in sicurezza) delle attività, per scongiurare la perdita di migliaia di posti di lavoro.

Sì, perché le donne del gioco, come abbiamo ampiamente documentato in questi mesi, si sono fatte portatrici di un messaggio di speranza, a nome dell’intero comparto, avviando una prolungata protesta (pacifica) a Montecitorio, che prosegue tutt’oggi. E che proseguirà fino a quando non sarà fatta giustizia nei confronti del settore, che si traduce in questo caso nel concedere e quindi riconoscere ai lavoratori del settore pari dignità rispetto a tutte le altre categorie: ovvero, contemplando anche le imprese del gioco nei provvedimenti di ristoro (o sostegno che dir si voglia), come non accaduto finora, o almeno non del tutto, e disponendo la ripartenza delle attività almeno in zona gialla. Con tutte le restrizioni e limitazioni previste per gli altri negozi, ma superando la chiusura totale che riguarda ormai soltanto e quasi esclusivamente le attività di gaming retail.
Ancora una volta, dunque, le donne hanno suonato la sveglia al resto della popolazione: nel contesto del gioco si evince dall’attenzione – anche mediatica – che sono riuscite a ottenere con la loro protesta, ma anche con il fatto di essere arrivati, dopo i loro moti di piazza, alla prima, grande manifestazione generale del comparto, come non era mai accaduto prima. Portando finalmente sulle prime pagine dei giornali il più scomodo dei settori, che inizia finalmente ad essere considerato anche dal punto di vista occupazione e non solo per via dei potenziali risvolti di carattere sanitario o sociale, come accaduto finora. Anche per questo, Gioco News ha dedicato l’intero numero di marzo della rivista alle lavoratrici del gioco, che meritano molto di più di una menzione speciale o dell’incoraggiamento generale che stanno avendo in questi mesi: qualcosa che solo la politica può dargli, in questo momento, ma che tutti dovranno mantenere e preservare nel tempo, mettendo la parità di genere (di cui parliamo nella nostra inchiesta) al centro delle politiche del settore. Nella convinzione generale che le pari opportunità non rappresentino un beneficio per le donne ma per l’intera società. Questo, almeno, è ciò che si dovrebbe ricavare dalle ricorrenze ufficiali, come quella della festa della donna dell’8 marzo, ma anche da quelle non ufficiali, come l’anniversario del lockdown, che impone ulteriori riflessioni alla politica e al nuovo governo, puntando a superare ogni forma di discriminazione, oggi non più tollerabile.
Guardando però a quel poco che di buono sta accadendo in queste ore attorno al settore, tuttavia, si può scorgere una vera e propria presa di coscienza da parte di una larga parte del Parlamento della realtà del gioco pubblico, con una serie di esponenti di maggioranza e opposizione che, proprio grazie alle proteste di cui sopra, hanno (finalmente) conosciuto la situazione di estrema difficoltà, nonché la disparità, che stanno vivendo le imprese del settore. Con la chiusura totale delle attività di gioco che oggi appare un assurdità, per tutti. Sia nella maggioranza, che nell’opposizione, e per un semplice motivo: perché è assurda. Oggi, infatti, la serrata totale di un’attività non può più stare in piedi in nessun modo e non può rientrare in nessuna logica, né tecnica, né tanto meno politica. In primis, perché tutte le altre attività hanno ormai ripreso a funzionare, o hanno in programma di ripartire a breve, mentre il gioco non conosce ancora la data di riapertura. E questo perché il tema gioco non è mai stato affrontato dal Comitato tecnico scientifico, in nessun modo. Anche in questo caso, la ragione è molto semplice, per quanto assurda possa rivelarsi: ovvero, perché nessuno ha mai chiesto ai tecnici di occuparsene. Per un’esclusione di fatto che rivela l’ormai palese discriminazione. Ecco perché non si conosce ancora oggi la motivazione secondo la quale le attività di gioco continuino ad essere chiuse, anche laddove ci sono le condizioni per ripartire con qualunque attività, per esempio in zona bianca. Non si tratta più di ragioni di sicurezza (visto che a riaprire, anche in zona gialla, sono molte altre attività che risultano più a rischio dei giochi), né tanto meno di “essenzialità”. Adesso sembra esserci qualcosa di più: o, meglio, qualcosa in meno, visto che a mancare è proprio la logica, oltre alla proporzionalità, all’equità e alla ragionevolezza, in una situazione di questo tipo, che la politica è chiamata a risolvere, e con urgenza assoluta.