Dare un calcio all’ipocrisia, non viceversa

Il mondo del calcio in crisi batte cassa e chiede aiuto al governo puntando sulle scommesse: ma prima di prosciugare un altro settore in crisi, si punti sulle economie.
Scritto da Alessio Crisantemi

Dare un calcio all'ipocrisia, non viceversa

 

Il calcio italiano batte cassa. Di nuovo. E lo fa puntando – ancora una volta – sui soldi provenienti dalle scommesse sportive, rivolgendo al governo la richiesta di una quota dell’uno per cento sui 16 miliardi di euro raccolti dal betting nazionale. Nonostante le tasse già sospese, per un “regalo” dal valore di ben 450 milioni di euro ottenuto dalla recente manovra, oltre ai ristori pretesi dalla Serie A e in aggiunta alla richiesta della Serie B di non vuole pagare contributi nemmeno sull’anno passato, il mondo del pallone torna alla carica per avere aiuti che, forse, stavolta non avrà: ma che probabilmente sa non non meritare. Basta guardare i bilanci per farsi un’idea: negli ultimi anni il monte totale degli stipendi dei giocatori della Serie A è salito da 882 milioni di euro nella stagione 2015/2016 fino a un miliardo e 360 milioni nel 2020/2021, con cifre forse ancora più esorbitanti che finiscono, anno dopo anno, nelle tasche dei procuratori. Non sarebbe quindi più opportuno iniziare a fare qualche economica, prima (o piuttosto) di chiedere fondi da un altro settore? Questo, almeno, è ciò che suggerirebbe il buonsenso, visto che prendere soldi da un settore in crisi non può certo ristabilire le sorti di un altro settore in crisi, con il rischio che a collassare siano entrambi: proprio perché i soldi che mancano al calcio non sono certo dovuti alla pandemia, se non in minima parte. Invece, nel tentativo di mettere qualche toppa su quell’abito sempre più logoro del sistema del calcio italiano, i vertici della Lega di Serie A e della Federcalcio hanno scritto a palazzo Chigi chiedendo “misure straordinarie”, indirizzando una lettera al sottosegretario allo sport, Valentina Vezzali, in cui parlano addirittura di una “palese disparità di trattamento col settore cultura e spettacolo al quale apparteniamo”. Ma non è neppure la prima volta che succede, visto che da più di un anno il pallone piange miseria e bussa alla porta del governo. Solo che stavolta la richiesta è molto più astuta, e forse anche più subdola, puntando a proventi del mondo del gioco, provando a mettere insieme vari ragionamenti, alcuni dei quali erano stati fatti proprio insieme al comparto dell’intrattenimento. Ma non certo di questo tipo. Sì, perché, come tutto ricordano, all’indomani dell’entrata in vigore del famigerato decreto Dignità, che ha vietato ogni forma di promozione, pubblicità e sponsorizzazione per le aziende del gioco e delle scommesse, ad accura il colpo, più che l’industria del gaming era stato proprio il mondo dello sport e del calcio in particolare, abituato a ricevere non pochi denari dalle sponsorizzazioni dei bookmaker. Al punto che negli ultimi tre anni, da entrambi le parti, si è provato più a chiedere una rimozione del divieto – o, almeno, un allentamento delle magliere – tenendo anche conto dell’assurdità di tale norma, che non ha eguali nel resto del mondo e che risulta addirittura in contrasto anche con i dettami comunitari. Le società di scommesse tornerebbero infatti ben volentieri a finanziare il mondo dello sport, anche in maniera molto più seria e responsabile di quanto non avvenisse in passato, senza cioè campagne di marketing troppo aggressive o limitandosi – volendo – anche soltanto alle sponsorizzazioni di club e stadi. Ma questo deve avvenire in maniera volontaria e commisurata alle possibilità di ogni aziende, e non in modo automatico o “punitivo”, come diventerebbe un prelievo aggiuntivo – quasi “forzoso” – come quello che chiedono oggi le Federazioni.

Approfittando di questa duplice esigenza e delle avversità di cui soffre il comparto del gioco pubblico tra media, politica e parte dell’opinione pubblica, dunque, il mondo del calcio ha pensato bene di proporre dapprima una revisione del divieto di pubblicità del gioco, in modo da poter ottenere nuovamente le sponsorizzazioni – punto sul quale è ben d’accordo anche il sottosegretario Vezzali – salvo poi spingersi anche molto più avanti, chiedendo addirittura una quota fissa e automatica proveniente dalle scommesse sul calcio. Un tentativo per salvare le casse in vista della scadenza di questa settimana per pagare gli stipendi 2021 e i contributi: con la Serie A paralizzata da una drammatica carenza di liquidità, dove più di un club fatica a trovare le risorse per onorare gli oneri, con un evidente rischio di default del sistema e un indebitamento di oltre 5 miliardi, destinato a crescere ancora. Ma se la richiesta di un tavolo tecnico per determinare i ristori per il mondo del calcio di Gabriele Gravina, presidente della Federcalcio, è stata accolta dal sottosegretario di riferimento, lo stesso non si può dire della richiesta di finanziamento a danno (ulteriore) del mondo del gioco. Con Vezzali che, pur ribadendo l’evidente inconsistenza del divieto di pubblicità del gioco “che non ha sortito gli effetti sperati”, e ritenendo “ragionevole ipotizzare una diversa e costruttiva regolamentazione che, mantenendo ferma la lotta alla ludopatia, consenta di sfruttare quei budget che comunque sono destinati ai club”, ha sottolineato anche che “Non si possono solo invocare aiuti di Stato. Il Governo e la politica possono spingere sull’acceleratore, ma per un reale cambio di passo, c’è bisogno che anche il calcio cominci a correre”.
Quindi, bene rivedere il decreto Dignità e ancora meglio ricreare il connubio tra bookmaker e mondo dello sport (e non solo calcio, dunque): ma tutto questo deve essere fatto in maniera pienamente sostenibile. Per lo Stato, i consumatori, lo sport (tutto) e pure per il comparto del gioco pubblico: e non solo pro-calcio.

Per un altro segnale, più che evidente, di quanto sia importante, opportuno e necessario attuare una riforma complessiva del sistema del gioco pubblico, andando non solo a rivedere il divieto di pubblicità ma anche i profili relativi alla fiscalità e alla tassazione del comparto: attraverso una revisione generale e oculata del settore allora si che si potrà anche pensare di prevedere dei nuovi fondi da ricavare per lo sport e per tante altre “buone cause”, come le chiamano gli inglesi, pensando per esempio a una tassazione di scopo, come già avviene nel caso del gioco del Lotto e della cultura. Tutto questo – è molto altro – è possibile, però, solo attraverso una riforma vera e degna di tale nome, smettendola di pensare ogni volta a interventi spot e in genere anche deleteri per il comparto del gioco, ormai ridotto a un colabrodo, oltre ad essere già stato spremuto fino all’osso.