Senza certezze non c’è futuro: il gioco chiede risposte
Ultimi giorni di attesa prima di conoscere il destino del nostro paese con il secondo giro di consultazioni che porterà alla nascita (o meno) del nuovo governo entro questa settimana. Dopo la seconda convocazione dei partiti il premier incaricato Mario Draghi procederà con la sintesi promessa alle forze politiche, per poi salire nuovamente al Quirinale e stilare la lista dei ministri insieme al Capo dello Stato. Si apre quindi la fase più delicata di tutte, dopo che l’ex presidente della Bce ha ottenuto il sostegno della maggioranza che ha già sostenuto il governo Conte 2, ma anche quelli di Lega e Forza Italia, con l’unico partito che si è chiamato fuori dalla partita che è Fratelli d’Italia. Ora tocca quindi a Draghi trovare la formula magica per tenere insieme tutte queste forze così distanti tra loro e dimostrare quelle doti che gli vengono riconosciute da tutti. Anche se, va ricordato, le parole di Sergio Mattarella non sembrano aver lasciato possibilità di scelta ai partiti indicando come unica soluzione il governo Draghi e abbandonando completamente l’ipotesi del voto. Il che lascia intendere che il governo si dovrà fare per forza, a queste condizioni. E di corsa, pure. Del resto, i problemi del paese sono talmente tanti e urgenti, che non c’è più un giorno da perdere. Con la priorità assoluta del nascente governo che è certamente caratterizzata dal piano di utilizzo dei fondi del Recovery Plan la cui riscrittura da parte dell’ex presidente della Bce sembra probabile: ma c’è anche la pandemia con decisioni urgenti da prendere. Questa è infatti l’ultima settimana in cui vigono le restrizioni stabilite da inizio gennaio e bisogna quindi decidere prima possibile cosa succede dopo, fermo restando la costante frammentazione regionale e il ritardo nel piano vaccinale (sempre in questi giorni inizia la somministrazione del vaccino AstraZeneca a insegnanti, militari, forze dell’ordine), rispetto al quale non sembrano neppure esistere certezze, almeno in termini di efficacia.
Dopo che nell’ultimo anno il governo di Giuseppe Conte ha scandito le nostre vite a colpi di Dpcm, imponendo chiusure e divieti, regolando le riaperture nella prima, seconda e terza fase dell’emergenza da Covid-19, adesso che l’avvocato degli italiani si è dimesso ci sono scadenze imminenti che bisogna rispettare. Tenendo ben presente il rischio di un “liberi tutti” che potrebbe arrivare già la prossima settimana. I tempi sono quindi molto stretti, ma è necessario varare un decreto legge entro sei giorni. Anche se rimane il dubbio sulla possibilità di approvarlo se il nuovo esecutivo a cui sta lavorando Mario Draghi non sarà ancora nel pieno delle funzioni. Tutto questo mentre è emersa anche una prima mappa nazionale delle regioni più colpite dalle temute varianti del nuovo coronavirus nella settimana in cui l’Italia diventa quasi tutta zona gialla. Con il Comitato tecnico scientifico che si è detto contrario a un allentamento delle restrizioni proprio in questa fase così delicata. La data cruciale tuttavia è quella del 15 febbraio, ultimo giorno del divieto di “ogni spostamento tra Regioni o Province autonome diverse, con eccezione di quelli motivati da comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità o motivi di salute”. Senza un decreto dal 16 non ci sarà più alcuna restrizione. Ci sono dunque alcune questioni da risolvere, dubbi da chiarire. Alla luce della nuova situazione epidemiologica, il ministro della Salute che sarà in carica a ridosso della scadenza dovrà valutare se prorogare lo stop alla circolazione anche tra i territori in fascia gialla, oppure far scattare il liberi tutti. Anche se, ancora una volta, l’eventuale apertura non riguarderà comunque il comparto del gioco pubblico il quale continuerebbe comunque a rimanere con le serrande abbassate almeno fino al prossimo 5 marzo: uno dei pochissimi settori a rimanere interdetto insieme a quello dello spettacolo, per un paese che ha completamente rinunciato all’intrattenimento.
Ecco perché i lavoratori del gioco (come del resto quelli dello spettacolo) continuano a far sentire la propria voce, consapevoli non soltanto di essere vittima di una discriminazione che diventa ogni giorno sempre più evidente e sempre meno giustificabile. Soprattutto di fronte alla riapertura di tutte le altre attività che rende sempre meno credibile non soltanto il criterio della sicurezza ma anche quello dell’essenzialità in virtù del quale sono stati bloccati i giochi. Se nei giorni scorsi la riapertura dei musei ha portato oltre 7mila persone agli Uffizi in meno di una settimana, e senza che nessuno abbia denunciata rischi o anomalie in termini di sicurezza e di rischi per i visitatori, è evidente che si può lavorare senza correre rischi. Se si pensa, poi, che da lunedì prossimo riapriranno anche gli impianti di sci, seguendo le linee guida vagliate appositamente dal Cts, allora è davvero difficile trovare ragioni valide per continuare a tenere fermi i giochi.
Da qui la protesta a oltranza degli operatori del gioco pubblico che oltre al presidio costante delle sue lavoratrici a Montecitorio, che è riuscito a ottenere l’attenzione dei media nazionali e generalisti, porterà ora a ulteriori movimenti di Piazza, con una duplice manifestazione che si svolgerà il 18 febbraio a Roma e a Milano. Per chiedere la riapertura del settore non oltre il 6 marzo, oltre a valutare una possibile ripartenza anche prima, adottando le stesse soluzioni che si sono ritenute valide per gli altri settori.
Anche se, ad oggi, non è ancora chiaro chi sarà l’interlocutore, con il governo Conte in carica soltanto per gli “affari correnti” e l’orientamento del premier uscente di non voler prendere una decisione di così grande impatto sulla vita degli italiani da parte di un esecutivo in scadenza, ma con il nuovo presidente del Consiglio che non sembra possa andare in Parlamento prima del 16 febbraio, cioè il giorno dopo la scadenza delle misure e due giorni prima della manifestazione degli operatori del gioco. Con la protesta del comparto che potrebbe quindi rivelarsi uno dei primi “temi scomodi” da affrontare per il nuovo esecutivo, se la protesta otterrà l’effetto che auspicano gli organizzatori, avendo ricevuto adesioni dall’intera filiera. Gli argomenti per intervenire nei confronti del gioco, del resto, non mancano e sono ormai sotto gli occhi di tutti: dall’enorme rischio occupazionale (a rischio sono i 150mila lavoratori gravitanti attorno al settore del gioco pubblico e in particolare i circa 30mila addetti impiegati nella distribuzione fisica) a quello dell’illegalità, già evidenziato da diversi soggetti istituzionali, dal Direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Marcello Minenna al Procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho.
Per una decisione che non riguarda, dunque, soltanto il futuro delle singole imprese del comparto e per questa ragione non più più aspettare. E se non sarà possibile anticipare la riapertura, che venga almeno stabilita con certezza la data del 6 marzo, togliendo così dall’impasse le migliaia di aziende che non sanno come poter programmare il proprio futuro né tanto meno quali risposte dare ai propri dipendenti: in cassa integrazione da troppi mesi, con la moratoria sui licenziamenti in scadenza e senza un piano di ristori che possa permettere la sopravvivenza di nessuna attività.