Tra risse, shopping e movida, il gioco rimane off limits

L'Italia torna in “zona gialla”, tra i comportamenti smodati di tanti cittadini e dell'intera politica, sempre più incapace di gestire la crisi generale e, peggio ancora, quella dei giochi.
Scritto da Alessio Crisantemi

Tra risse, shopping e movida, il gioco rimane off limits

 

Chissà se il cambio di governo, radicale o meno che sia, si manifesterà anche attraverso un cambiamento nelle politiche di gestione dell’emergenza coronavirus. Di certo è quello che auspica una parte del paese e l’intera popolazione dei lavoratori del gioco pubblico, per i quali qualunque sconvolgimento non potrà mai portare a una situazione peggiore di quella attuale. Con i mesi di chiusura delle proprie attività che sono diventati ormai dieci su dodici, rappresentando il settore sottoposto alle restrizioni più severe, nonostante il rischio di contagio palesemente minore rispetto ad altre attività – anche “non essenziali” quanto il gioco -, nei confronti delle quali sono stati adottati criteri più blandi. Sì, perché anche se palestre, piscine e altre attività sono ancora sottoposte a lockdown come i locali di gaming, per loro tuttavia il fermo obbligato dal governo è arrivato in date successive rispetto a quello del gioco ed è durato molto meno, sommando i due periodi di interruzione, prima e dopo l’estate. Tutto questo mentre gli operatori del comparto giochi continuano a subire a una serie di paradossi e di autentiche beffe, assistendo allo scempio che si verifica ormai in ogni zona della Penisola. Da Milano a Napoli, passando per Bologna, Roma e ogni altro luogo, sono molteplici le immagini (inquietanti) che provengono dai vari centri cittadini mostrando assembramenti di vario genere, spesso anche violenti, come nel caso della rissa andata in scena a Piazza del Popolo, nella Capitale. Per un altro segno evidente dell’esasperazione che aleggia sull’intera popolazione, che non potrà più reggere così a lungo, di fronte a una situazione che non sembra migliorare dal punto di vista sanitario, mentre continua a peggiorare esponenzialmente dal punto di vista economico e lavorativo. Diventando ancora più allarmante con l’avvicinarsi del termine fissato dall’esecutivo uscente per la moratoria sui licenziamenti, in seguito alla quale ci si attende una vera e propria ecatombe occupazionale i cui effetti sulla popolazione sono ancora tutti da decifrare.
In questo clima di totale sconforto e di enorme frustrazione, è dunque facile capire come possano sentirsi gli operatori del gioco pubblico, che oltre ai danni – dicevamo – devono anche subire le beffe di una situazione di questo tipo. Come del resto abbiamo sentito in questi ultimi giorni, attraverso le donne del comparto, che hanno deciso di dare voce alla propria condizione di difficoltà ed emarginazione scendendo in piazza e manifestando, pacificamente, a Montecitorio. Riuscendo quanto meno a far arrivare il proprio messaggio alle orecchie di qualche politico e di qualche media nazionale, anche se, in questo momento, sembrano tutti avere altro da fare, invece di ascoltare la voce degli operatori del gioco. A partire dal premier dimissionario, Giuseppe Conte, che ha facilmente liquidato le rivendicazioni delle lavoratrici con una risposta secca e dal sapore vagamente irriverente, dicendo di accontentarsi dei ristori che sono stati destinati alla categoria. Peccato però che i provvedimenti in questione, oltre ad essere decisamente insufficienti, non sono neppure destinati alla totalità della filiera e, anzi, neppure alla maggioranza, con migliaia di aziende in seria difficoltà e sull’orlo del fallimento. Contribuendo, in questo modo, a rendere ancora più esasperata la situazione dell’intera filiera, visto che lo stesso Conte si era dichiarato “l’avvocato del popolo”: ma evidentemente, con qualche eccezione. E di certo, non per il popolo dei lavoratori del gioco.
Ecco quindi che questa crisi di governo, per quanto assurda possa apparire agli occhi dell’opinione pubblica, di certo non lo è per gli operatori del settore, che da un cambio di guardia possono solo sperare dei benefici, visto che peggio non potrebbe andare. Non che l’artefice di questa crisi, ovvero il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, sia da ritenere un “amico” del gioco, avendo contribuito – anzi – in maniera più che significativa al deterioramento del settore attraverso una serie di iniziative a dir poco “punitive” nei confronti dell’industria. Ciò che appare evidente, tuttavia, è l’oggetto della crisi, cioè l’inadeguatezza dell’esecutivo di fronte alla gestione di una pandemia certamente tutt’altro che semplice da gestire, ma i cui risultati, in Italia, sono ormai noti a tutti, con i dati che posizionano il nostro paese in fondo a tutte le classifiche, sia in termini di mortalità da Covid-19 che di crescita economica. Facendo perdere le speranze anche in ottica di una ripartenza: che prima o poi dovrà certo essere avviata, ma che difficilmente potrà rivelarsi rapida, dal punto in cui ci troviamo in questo momento. Peggio ancora se non si farà presto un nuovo governo, qualunque esso sia. Ciò che serve al paese, dunque, è una discontinuità nella gestione dell’emergenza, dopo le troppe falle evidenziate dal sistema, che diventa ancor più urgente in vista del piano di Recovery fund, da attuare nei prossimi mesi. Come evidenziato anche dal leader di Confindustria, Andrea Bonomi, che dice: “Nel nuovo governo vorremmo ascolto, ma vero”. E se lo dice il primo degli industriali, figuriamoci cosa dovrebbero dire (e chiedere) gli operatori del gioco, che di ascolto non ne hanno avuto neppure “finto”, essendo stati sempre chiusi, senza particolari condizioni né mediazioni.
Anche in questa settimana in cui l’Italia passa quasi completamente in zona gialla, celebrando la riapertura di mostre e musei, per il gioco non c’è alcun tipo di cambiamento né alcuna revisione delle restrizioni: con gli addetti ai lavori, ancora a casa e (i più fortunati) in cassa integrazione, che devono assistere agli affollamenti nei negozi e nelle piazze, mentre il governo non ha neppure provato ad adottare restrizioni meno severe rispetto alla chiusura totale per i locali di gioco. Possibile che un’agenzia di scommesse, magari anche di qualche centinaio di metri quadrati, non possa neppure ospitare una persona alla volta al suo interno, per poter provare proseguire la sua attività, evitando il fallimento? Davvero non ci possono essere misure di sicurezza, anche estreme, che garantiscano di operare in sicurezza anche questi locali, neanche dopo aver visto che anche chiudendo i locali, le persone si assembrano altrove? Non è forse meglio, a questo punto, che vengano contingentate le presenze all’interno delle attività, piuttosto che ritrovarsi con le masse accalcate nelle strade, avendo appurato che non è più possibile tenere chiuse in casa le persone? Una serie di domande che, adesso, meritano risposte. E con gli addetti ai lavori che ora iniziano a pretenderle, visto che dopo la manifestazione delle “donne del gioco”, a Montecitorio, nei prossimi giorni ci saranno altri movimenti di piazza e non più soltanto a Roma, con gli operatori del gioco che si stanno organizzando per far sentire seriamente la propria voce. Anche se a mancare, in questa fase, è proprio l’interlocutore. Ma presto arriverà un nuovo governo e ripartirà la giostra della politica. Con la speranza che dal prossimo giro possa cambiare qualcosa anche per i giochi.